Drammatico, Recensione

CIRKUS COLUMBIA

Titolo OriginaleCirkus Columbia
NazioneBosnia Herzegovina/Francia/UK/Germania/Slovenia
Anno Produzione2010
Durata113'
Tratto dadall’omonimo romanzo di Ivica Djikic

TRAMA

Bosnia-Erzegovina, 1991. Il regime comunista è caduto e Divko Buntic torna nel suo piccolo paese dove è cresciuto per rivendicare la casa di famiglia. Dopo vent’anni di esilio in Germania, Divko si presenta con una Mercedes rosso fiammante, una giovane e sexy fidanzata di nome Azra, il gatto nero portafortuna Bonny e un pacco di marchi tedeschi.

RECENSIONI

Il problema del film di Danis Tanovic è che il suo punto di vista, lecitissimo, finisce per prevaricare i personaggi imponendosi prepotentemente sulla narrazione. Con Cirkus Columbia ci si trova infatti fin dal principio davanti a protagonisti drammaturgicamente ben costruiti, ma vittime di stereotipi finalizzati a una ben precisa ideologia. Per cui chi è di destra è arrogante, macho all’apparenza, nei fatti molto meno virile, corrotto e corruttibile. Dalla sinistra arrivano invece l’arte di arrangiarsi, l’assenza di compromessi e la non violenza. Per fortuna la sceneggiatura, che parte con caratterizzazioni così marcate, riesce via via ad acquisire profondità, smussando i cliché alla ricerca di mezzetinte e trovando un prezioso equilibrio tra la voglia di veicolare un messaggio forte e la verità dei personaggi. I toni sono inizialmente leggeri, la voglia di compiacere il pubblico cercando la risata arriva a eccedere (la grottesca ricerca del gatto nero), il folclore rischia di mangiarsi il film, ma gli inserti drammatici non lasciano indifferenti e il film conferma una visione personale che diventa stile grazie alla capacità del regista di imprimere un ritmo, anche interiore, agli eventi. Indubbio, poi, il talento per la direzione degli attori, la composizione delle inquadrature e l’impaginazione delle immagini. Nulla di nuovo, certo, ma con l’originalità di porre il conflitto fuori scena facendolo scoppiare solo nella conclusione. Una scelta che rafforza il contenuto ed evita inutili dispersioni. Come già in No Man’s Land, il film finisce meglio di come comincia, incuriosendo sul destino dei personaggi oltre la parola FINE. Tra i bravissimi interpreti spiccano il carisma di Miki Manojlovic e Mira Furlan, e la disinvoltura di Boris Ler, di cui Tanovic riesce a cogliere l’impaccio e il furore giovanile.

Danis Tanovic torna a No Man’s Land raccontando, attraverso il romanzo di Ivica Djikic (anche co-sceneggiatrice), un microcosmo rappresentativo del passaggio dalla Jugoslavia comunista alla guerra civile serbo-croata. Stavolta è più intento a descrivere il carattere dei connazionali che l’assurdità della guerra, ma l’allegoria è palese e ghignante attraverso la rimpatriata di un uomo orgoglioso e prepotente, simbolo del potere del capitalismo che arma gli anticomunisti e si ritrova con i croati pronti al massacro. Un uomo per cui sono più importanti il ritorno trionfale, la ripicca verso i concittadini e la moglie, che i veri legami affettivi: maschilista e individualista, è devoto solo alla fortuna, impersonata da un gatto per cui nutre una vera e propria ossessione. Lo attorniano una bella donna senza famiglia che comporrà le parentesi samperiane con il figlio del protagonista (Malizia), una moglie il cui sacrificio nel crescere un figlio da sola è ripagato nel peggiore dei modi, un sindaco corrotto con figlio violento (i primi a imbracciare le armi), un militare comunista che si sente jugoslavo e non vuole armarsi contro i croati. L’idea dello “sfratto” permea gran parte del film, diventando un divertente espediente per raccontare i paradossi della fine del regime, ma verso il finale c’è poco da ridere, alla Tanovic, quando il popolo è posseduto dalla violenza. Chiusura molto romantica alla giostra “Cirkus Columbia”, per lasciare sul campo un po’ di speranza fra le bombe.

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