CHUNHYANG

Anno Produzione2000

TRAMA

Figlia di una kisaeng (cortigiana) e di uno yangban (nobile), la giovane Chunhyang è assegnata per legge alla classe della madre, anche se ne disconosce l’appartenenza. Quando Mongryong, il figlio quindicenne del governatore di Namwon, si invaghisce di lei e la chiede in sposa, Chunhyang accetta le attenzioni del giovane e si concede a lui prima del matrimonio, fidandosi della sua promessa. Prima che tutto possa essere ufficializzato, tuttavia, il padre di Mongryong viene eletto viceministro del Re e trasferito a Seoul, obbligando il figlio a seguirlo. Autoritario e lussurioso, il nuovo governatore della provincia si interessa a Chunhyang e pretende che questa si unisca alla schiera delle sue kisaeng, incurante delle proteste e delle resistenze della giovane. Intanto Mongryong, superato brillantemente l’esame di stato a Seoul ed eletto commissario provinciale dal Re in persona, si dirige rapidamente verso Namwon per tenere fede alla promessa.

RECENSIONI

Guadagnata la posizione indiscussa di maggiore cineasta coreano e forte dello sconvolgente successo di Seopyeonje, nel 2000 Im Kwon-taek torna ancora una volta sulle tradizioni nazionali e sull’arte del pansori in particolare, affrontando il più importante racconto popolare della penisola: quella storia di Chunyhang che a partire dal XVIII secolo ha attraversato la cultura coreana e ispirato numerosi adattamenti cinematografici (tra i quali il primo film sonoro nazionale, The Tale of Ch’unhyang (1935) di Yi Myongu). L’idea di Im è semplice e potente come al solito: impostare il film come uno spettacolo di pansori, convertendo gradualmente il canto in immagini in movimento. Sicché la Chunhyang di Im si apre in un teatro gremito di spettatori di ogni età, dove un performer accompagnato dall’immancabile tamburo si esibisce nei virtuosistici gorgheggi tipici di quest’arte canora. Le note lancinanti e perentorie del pansori si tramutano presto in immagini che illustrano la vicenda di Chunhyang, compagna “illegittima” di un giovane nobile costretta a testimoniare la propria fedeltà all’amato opponendosi a una legge iniqua e tirannica che la vorrebbe mortificata nel corpo e nello spirito (obbligandola a perpetuare la tradizione cortigiana della madre e a rinnegare il suo amore esclusivo per Mongryong). Performance e illustrazione filmica si intrecciano spesso e volentieri, i vocalizzi del cantore invadendo impetuosamente le immagini in una sorta di raddoppiamento intensificante (capita anche che la melodia del performer e le parole di Chunhyang si sovrappongano totalmente, come nella sequenza della tortura a colpi di bastone). La veemenza dell’estetica di Im ci porta a considerare un altro aspetto significativo di questa versione della storia tradizionale: il peso dato agli elementi fisici e erotici. Per Im è fondamentale che la carnalità e la corporeità del racconto non sfumino in atmosfere idealizzate o in sentimentalismi languidi, ma che occupino una posizione di assoluto rilievo compositivo. Ecco allora il film presentare situazioni di grande intensità percettiva, ponendo dichiaratamente l’accento sull’olfatto e la vista (basti pensare all’apparizione di Chunhyang nel parco), o registrare tutta una gamma di incontenibili sensazioni fisiche come la fame e il desiderio sessuale (appetiti a cui Im mostra di dare una visibilità affatto inconsueta). L’interpretazione di Im della vicenda della fedele Chunhyang non è anodina, insomma, ma reca impressi i segni della sua poetica: concretezza, umanismo (la disobbedienza della giovane è piazzata nel finale sotto il segno della dignità umana) e fascinazione per la natura (sontuosi squarci paesaggistici adornano preziosamente il tessuto narrativo). Eppure è questa sontuosità stessa ad appesantire sensibilmente la progressione drammatica, come se Im, nel suo tentativo di coinvolgere tutti i “pubblici” possibili (non a caso nel teatro viene sovente mostrato l’entusiasmo e la commozione di una platea composta da individui di ogni età ed estrazione), avesse ecceduto nel calligrafismo, finendo per stendere sulla pellicola una stucchevole patina estetizzante, utile più a titillare i palati desiderosi di “film d’arte” (e non a caso Chunhyang è stato il primo film coreano invitato in concorso a Cannes) che a stabilire un dialogo profondo e continuo tra Natura e Cultura (cosa che invece si verifica senza difficoltà alcuna in Mandala, Aje Aje Bara Aje e Seopyeonje).

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