CARTOLINE DAL TIFF 2013

Evento cardine nel panorama dei ritrovi nordamericani, il Toronto International FIlm Festival non è solo una gigantesca macchina di promozione per un vasto numero di pellicole di varie proporzioni che cercano premi o distribuzione, ma una vera e propria celebrazione della settima arte (in tutte le sue incarnazioni) che coinvolge l’intera città. I dieci giorni della kermesse sono infatti vissuti con grande intensità dagli abitanti della multietnica Toronto, che sembrano prepararsi tutto l’anno per le ore in coda che passeranno davanti ai vari cinema per accaparrarsi un costosissimo biglietto per qualsiasi proiezione, o per cogliere anche di sfuggita le varie star mentre si fanno idolatrare sull’immancabile tappeto rosso. Questa ondata di energia positiva è palpabile anche a chilometri di distanza dal campus del festival, il cui nucleo principale sono il Tiff Bell Lightbox e lo Scotiabank Theater, due nuovissime strutture a pochi passi l’una dall’altra, ma la cui intera programmazione comprende ben dieci strutture sparse per tutta downtown. La qualità delle proiezioni, sfortunatamente quasi tutte digitali, è impeccabile, così come le strutture di accoglienza per la stampa.
La mia prima giornata al festival è stata all’insegna di tematiche come il suicidio e i problemi di coppia, che vengono discussi con vario successo nei nuovi lavori di Asghar Farhadi, Dome Karukoski, e Kiyoshi Kurosawa. Nell’eccellente The Past, Farhadi racconta una storia sospesa fra Iran e Francia, concentrandosi sui tormenti di tre personaggi coinvolti, loro malgrado, in una sorta di triangolo amoroso venutosi a creare grazie a un terribile incidente del quale forse sono diversamente responsabili. Il finlandese Karukoski mette insieme problematiche come tensioni razziali, immigrazione, e paternità in Heart of a Lion, film che intavola discussioni tristemente topiche nell’Europa contemporanea, ma che non riesce alla fine a dipanare la propria matassa, perdendosi in rappresentazioni stereotipate di violenza neonazista. Non interamente riuscito anche il delicatamente fantascientifico Real di Kurosawa, che si avvicina a The Past non solo per il fatto che uno dei personaggi è in coma, confinato a un letto d’ospedale in seguito a un gesto tragico, ma anche per l’attenzione che dedica alle conseguenze provocate alla psiche dei suoi personaggi dai traumi del passato.
Ho dedicato la seconda giornata a pellicole che in modo molto diverso si occupano di questioni di mascolinità, di integrità nel proprio lavoro, e di famiglia. L’ultima fatica di Ron Howard, Rush, ripercorre con successo la storica rivalità fra due famosi piloti di formula uno concentrandosi appunto sulla loro dedizione alla pericolosissima professione e sulle diverse motivazioni che li spingono a rischiare il collo ad ogni gara. Non altrettanto riuscito è All Cheerleaders Die, commedia horror diretta a quattro mani da Lucky McKee e Chris Sivertson, che mescola ambiziosamente il soprannaturale al gore proponendosi di svecchiare il genere attraverso l’adozione del punto di vista dei personaggi che generalmente ne fanno da vittima, la cheerleader appunto, ma riuscendo solo ad evidenziare la propria vacuità. Nel mezzo si colloca il Charles Dickens interpretato (e diretto) da Ralph Fiennes in The Invisible Woman, produzione di prestigio che scricchiola sotto il peso (sicuramente di prim’ordine) della personalità di Fiennes attore/regista/personaggio, ma che tuttavia riesce ad intrattenere decorosamente i seguaci del film in costume. Tematicamente simile a The Invisible Woman e Rush è anche l’ultima fatica di Hayao Miyazaki, The Wind Rises, che ho avuto la fortuna di vedere qualche giorno dopo, e che sicuramente è il migliore fra questo trio di film biografici. Se Fiennes si confronta con un gigante della letteratura, e Howard con uomini innamorati della velocità, lo Studio Ghibli si concentra invece su una figura minore ma estremamente significativa del ventesimo secolo: Jiro Horikoshi, l’ingegnere aeronautico che progettò gli aerei da combattimento utilizzati dal Giappone durante la seconda guerra mondiale.
Il primo capitolo del programma di film sperimentale Wavelenght curato dall’Art Gallery of Ontario ha concluso la mia seconda giornata al festival. Intitolata Variations on…, la serata si è aperta con una versione restaurata del celebre Variations on a Cellophane Wrapper di David Rimmer (1972), che ha partecipato in modo comicamente afasico alla proiezione. A seguire nuovi lavori di Luther Price (Pop Takes) e Kenneth Anger (Airship), il grande maestro che ormai si firma laconicamente soltanto “Anger.” Interessante il lavoro di finta archeologia del cinema El Adios Largos di Andrew Lampert (2013), che utilizza The Long Goodbye (1973) di Robert Altman come ur-testo, e The Realist di Scott Stark (2013), una (troppo) lunga meditazione sulla stereoscopia.
L’esperienza positiva della prima serata del Wavelenght mi ha attratto anche alla seconda, Now and Then, dedicata al tempo e alla mutabilità dell’immagine cinematografica. Tematicamente intrigante, anche se visualmente piuttosto piatto, il film confezionato con finto “found footage” da Hannes Schüpbach, Instants (2012), seguito dalla meditazione su filtri, schermi, specchi, e colore di Stephen Broomer Pepper’s Ghost (2013). Notevole anche lo studio di Eadweard Muybridge Homme en mouvement (2012) di Christophe M.Saber, Ruben Glauser, e Max Idje, giovani studenti dello svizzero Schüpbach. Incantevole la giustapposizione di immagini computerizzate hi-tech e low-tech in Flower (2012) di Naoko Tasaka, e bello anche il rarefatto Konstellationen di Helga Fanderi (2012).
La musica è risultata essere uno dei temi portanti della terza e della quinta giornata del festival, incarnandosi in pellicole molto differenti. Molto deludente è il nuovo film di Gianni Amelio L’intrepido, nonostante la generosa prova d’attore del plurivalente Antonio Albanese; bello invece è We are the best! dello svedese Lukas Moodysson, film delicato e reale che racconta la formazione di un improbabile gruppo punk tutto al femminile nella Stoccolma dei primi anni ottanta. Divertente anche la commedia, anche questa interessata al binomio donna-musica Lucky Them di Megan Griffith. In questo caso si tratta di una giornalista musicale (specie di lavoro in via d’estinzione), che si  lanciata nella ricerca di un misterioso e leggendario cantautore creduto morto. Pur rischiando di cadere nello stereotipo, il film si salva grazie alle prodigiose interpretazioni di una Toni Collette in grande forma e da un Thomas Hayden Church magistrale. Fortemente irritante è invece Can A Song Save Your Life?, che si propone di essere un seguito in chiave hollywoodiana del pluripremiato Once (2006), diretto dallo stesso John Carney. Il regista irlandese cerca disperatamente di rievocare la freschezza e la semplicità che hanno fatto la fortuna del microscopico Once, ma il trapianto a New York e la rilettura dei suoi personaggi risultano in una galleria di cliché che nemmeno Mark Ruffalo e Mos Def riescono a salvare: l’arruffato Glen Hansard si trasforma qui nello sdolcinato falsetto del frontman dei Maroon 5 Adam Levine, e il personaggio di Markéta Irglová scompare interamente nel naso arricciato di una Keira Knightley chiaramente fuori parte.
L’instabilità dei rapporti familiari e l’impenetrabilità delle dinamiche che li governano sono esplorati invece in un gruppo di film che ho visto nelle giornate seguenti, e che include il famigerato Miss Violence (Alexandros Avranas), il rigoroso kammerspiel The Strange Little Cat (Ramon Zürcher), la commedia Enough Said (Nicole Holofcener), ma anche l’intelligente horror Oculus (Mike Flanagan). Seguendo le orme di Giorgos Lanthimos, Avranas sceglie la strada della tortura fisica e psicologica dei suoi personaggi per esporre lo spettatore agli orrori domestici di temi come la pedofilia e la prostituzione, ma il risultato è rivoltante e senza alcun interesse dal punto di vista della narrazione o della forma. Più riuscita è invece la rappresentazione di tensioni e frustrazioni che che si nascondono sotto l’apparente serenità della famiglia piccolo borghese tedesca protagonista del dramma diretto da Zürcher, che con grande economia narrativa lascia intelligentemente spazio all’immaginazione dello spettatore e gli permette di colmarne i vuoti ed i silenzi. Al contrario, Holofcener affida il suo film alla pur seducente emorragia verbale di Julia Louis-Dreyfus, che divide lo schermo con il compianto James Gandolfini, qui alla sua ultima interpretazione: il risultato è una commedia romantica sugli amori di mezz’età gradevole ma altrettanto passeggera. Stridente è anche il ritratto della famiglia traumatizzata in Oculus, efficace rivisitazione della casa infestata con cui Mike Flanagan insidia sempre più pericolosamente il trono di James Wan nel campo della paura analogica, creata senza l’uso di effetti digitali o di manipolazioni sonore, ma solo grazie a una messa in scena genuinamente spaventosa.
La mia carrellata sul festival si conclude con uno dei vincitori, 12 Years A Slave, opera terza del britannico Steve McQueen, Three Interpretation Exercises di Cristi Puiu, e A Field in England, diretto dal vulcanico Ben Wheatley. Con un film che è stato definito in modo riduttivo l’anti-Django, McQueen si è assicurato il Blackberry’s People Choice Award, confermandosi una delle voci più interessanti nel panorama cinema internazionale. Sicuramente il più convenzionale fra i suoi film dal punto di vista stilistico, 12 Years A Slave è anche quello più accessibile, nonostante l’alta dose di violenza e la difficoltà della tematica affrontata. Il film di Puiu è un ambizioso omaggio al cinema di Eric Rohmer, il compianto regista francese che fu una delle voci più singolari della Nouvelle Vague. Puiu ne imita lo stile, la messa in scena, i movimenti di macchina (o piuttosto la loro mancanza) con una dovizia di particolari stravolgente: Three Interpretation Exercises diventa una specie di Rohmer-sans-Rohmer, che da un lato fa rivivere le tematiche care al regista e da un lato fa sentire ancor di più la sua mancanza. Girato in bianco e nero, e con una sorprendente economia di mezzi, A Field in England rivisita la guerra civile inglese in chiave psichedelica, con tanto di funghi allucinogeni e alchimia. Sicuramente vitale nella sua originalità, il film di Wheatley aveva tutti i numeri per conquistare, come ha fatto, i favori di un pubblico composto principalmente da studenti della Ryerson University, dove è stato proiettato, che lo hanno salutato con uno scroscio di applausi interminabile.