
Fiore gemello è il secondo lungometraggio della regista, scrittrice, e produttrice Laura Luchetti, dopo la commedia romantica Febbre da fieno (2010). Imperniato su una lunga fuga attraverso la Sardegna, il film racconta l’incontro di due solitudini, quella dell’immigrato Basim (Kalilil Khone) e di Anna (Anastasya Bogach). Nei ruoli principali, Luchetti si serve di attori non professionisti: l’ivoriano Khone, che ha raggiunto l’Italia su un barcone pochi mesi prima dell’inizio delle riprese, passando come tanti altri per la Libia, l’ucraina Bogach, che invece è arrivata in Italia su un furgone quando aveva solo quattro anni. Identità complesse che si riflettono nel fuoricampo di un film che si fa promotore di un multiculturalismo istintivo, naturale, e inevitabile.
Congratulazioni per la prima mondiale del tuo film, Fiore gemello. Come ti senti?
Mi sento onorata, fortunata, sorpresa, overwhelmed… È una bellissima esperienza.
Il film mi è molto caro, nel senso che parla di molte cose che mi interessano anche dal punto di vista accademico, per cui la mia risposta è stata immediatamente molto positiva. Mi interessa parlare un po’ dei vari temi che vi si ritrovano, dall’immigrazione, al rapporto con il paesaggio, dalla crescita di questi individui che si trovano in una società che li ostacola o quantomeno li ignora… Cosa ci hai messo di tuo, e cosa vorresti che il pubblico ci vedesse?
Io vorrei che il pubblico ci vedesse la propria storia, e interpretasse in maniera propria quello che io ho raccontato dal mio punto di vista. La cosa a cui tengo di più, che evidentemente è il mio tema, è l’innocenza. Questa è una storia sull’innocenza. Sulla perdita dell’innocenza e sulla sua riconquista, anche a caro prezzo. L’innocenza non è solo individuale dei protagonisti ma anche del rapporto che hanno. È totalmente scevro di qualsiasi sovrastruttura, ma è dettato dall’ineluttabilità del loro cammino, dal bisogno che hanno l’uno dell’altra, e dal fatto che sono due anime che si sarebbero dovute incontrare e che quando di incontrano non ce n’è più per nessuno. Saranno una cosa sola. Questo è il cuore di questa storia. È raccontata con degli stilemi che io chiamo naturalistici, perché credo si veda che quello è un po’ il tipo di racconto che ho a cuore, con due individui che sono in realtà presenti nel nostro mondo.
Hai usato due espressioni che mi colpiscono in questo momento: una è “sovrastruttura,” e l’altra è quando dici che sono due anime che “si sarebbero dovute incontrare,” come se ci fosse un destino che sta a controbilanciare l’idea della sovrastruttura.
Sono due innocenze rotte, due vite spezzate da due mondi molto lontani ma in qualche maniera legati. Lui è un immigrato clandestino, e lei è figlia di un trafficante di migranti, quindi sono lontanissimi, ma in qualche maniera è un mondo che ha procurato a entrambi un grande dolore e la perdita della propria innocenza. Si incontrano contro ogni previsione e hanno l’uno per l’altra quello che l’altro appunto necessita. E questo desiderio di riconquistare la propria innocenza ad ogni costo, di avere il diritto di guardare verso il futuro, ci porta alla fine, in cui noi li lasciamo andare. Non è casuale. Li abbiamo seguiti per 92 minuti e alla fine noi li lasciamo andare perché entrano finalmente nel loro futuro, che si sono guadagnati a caro prezzo.
È un’inquadratura molto bella. Ti fermi al punto giusto, evitando la trappola dei finali multipli.
Noi non possiamo andare oltre. Loro entrano nel loro futuro e noi li abbiamo seguiti nel loro presente. Entrambi lottano per il diritto ad avere un futuro. Perché lei scappa dal proprio passato e lui corre verso il proprio futuro. Insieme si incontrano in un mondo abbastanza ostile ma anche protettivo, perché questa Sardegna meravigliosa è ostile, ma allo stesso tempo è anche una grande madre protettrice. Il racconto che desideravo fare era un racconto appunto di alberi, di montagne, di saline, di tutti elementi che parlano. C’è tanto vento, tanto rumore di foglie. Quella è una voce del film, dato che questi due non hanno voce. Nessuno dei due. Quindi abbiamo spinto molto anche sul suono perché era una voce di questa terra. La Sardegna è la geografia dell’anima. Rappresenta l’anima di questo racconto, ma è anche un posto che può essere Gibilterra, Lampedusa, la Grecia, dove una storia del genere può succedere. Però c’è quell’anima sarda che non avrebbe potuto dare nessuno.
Quando parli della Sardegna come genitore ostile mi fai venire in mente Padre padrone nei Taviani…
Molto più severo.
Però si riallaccia al fatto che Anna, la tua protagonista, è anche l’unico personaggio femminile del film.
She lives in a man’s world! Questo era per me, fin dall’inizio, importante. Probabilmente la mamma è morta, non lo sappiamo. Lei vive in un mondo maschile, ma all’inizio non è che questo faccia molta differenza. Lei fa quello che deve fare, deve cucinare, va a vedere il padre che si occupa di traffico illegale… C’è quell’innocenza nello sguardo che poi diventa giudizio. Ma per lei è come se il padre facesse qualsiasi mestiere, come se facesse il pane, per esempio. Però pian piano, con la crescita capisce che non è la stessa cosa. Non ci sono altre figure femminili, se non questa mamma che noi immaginiamo che non ci sia più, e questo lo rende un po’ rustica, ferina, selvaggia. Fa cose da campagna, che le donne fanno in campagna anche adesso.
Dal punto di vista della narrazione, il film ha un po’ un ritmo che in certi momenti si avvicina al cinema di genere. C’è un inseguimento, il meccanismo dell’incontro delle due anime “che si sarebbero dovute incontrare,” come dicevi prima…
Perché è un po’ la vita che ti insegue. E poi uno sceglie uno stilema per raccontare quell’inseguimento, che può essere una macchina, un serial killer, uno stalker, un ex innamorato, ma la vita ti insegue. E tu devi stare a passo con quello che può essere il pericolo, che può essere un amore finito, un lavoro perduto. La vita ti insegue, e siccome noi lo dobbiamo vedere al cinema, il meccanismo dell’inseguimento aiuta a tradurre quest’idea in termini visivi. All’interno di quel mondo si inserisce questo cattivo, questo Frankenstein, questo gigante di cristallo. Nessuno gli ha chiesto di essere messo al mondo così, e il mondo è brutto da soli, e lui è sempre solo. È anche un circo delle solitudini. Questo film è un po’ un balletto delle solitudini, e il mio orco, di fronte a quell’innocenza, crolla.
Se non sbaglio il film si basa su due storie che tu hai fuso insieme.
Based on two true stories! Tanti anni fa conobbi una ragazza che mi raccontò della sua fuga da piccola, e mi rimase molto impressa. Poi, parlando con questi ragazzi immigrati (durante il casting, ndr.), ho capito che la loro esperienza è molto simile. È stato l’inizio di un piccolo racconto che ha scaturito la considerazione su quanto l’essere diversi non sia in fondo un problema.
È la tua prima esperienza al festival di Toronto…
E chi se la scorda più! Ero stata a Toronto tanto tempo fa, ma ero giovane, avevo fatto un giro così… È bellissimo. La proiezione è stata molto bella, con una reazione culturalmente diversa, molto intensa, molto trattenuta, con delle domande profondissime, mirate, delle esternazioni di gradimento altamente letterarie ma anche piene di sentimento. Una soddisfazione grandissima. Io avevo una paura tremenda, e invece sono rimasta molto colpita. Poi, in ogni posto dove proietti il film c’è un’onda diversa, e questo è stato un battesimo. Il film È stato battezzato a Toronto, che per me è una cosa molto importante, perché è grande, è tutto grande, e noi siamo molto piccoli, eppure ci hanno guardati con interesse.
A proposito del dibattito sulla mancanza di rappresentazione di voci femminili nel cinema non solo italiano, ma anche mondiale, a Toronto invece ci sono molti film diretti da donne. Cosa vuol dire per te?
It’s only a matter of time. Piano piano. Le scuole di cinema e di teatro italiane sono piene di donne. È un fatto di avere solamente un momento di attesa perché le scuole formino le donne. Fra dieci anni questo problema non ci sarà più. Se mi chiedi se questo è un lavoro difficile per una donna, tutti i lavori fatti bene sono difficili. Questo, se hai dei figli, è un po’ difficile, per motivi molto pratici (uscire alla mattina alle 4, tornare alle 10…). Però si può trovare una maniera per farlo. Poi io ho trovato sempre molto rispetto anche dalle vecchie generazioni. I macchinisti, gli elettricisti, che sono abituati a un altro cinema, sono stati i miei più grandi alleati. Se ci si fa aiutare e rispettare, e si mostrano magari anche le proprie debolezze, io non ho mai avuto nessun problema. Fino ad ora sono stata molto fortunata e ho avuto grandi collaborazioni anche con chi veniva da generazioni in cui le donne erano solo segretarie di edizione. Poi non scordiamoci che noi abbiamo delle registe super! La Wertmüller è stata la prima donna ad essere candidata a un Oscar… Io sono molto ottimista. Basta che non facciano fare alle donne solo storie di donne. Possiamo fare tutto, guarda Kathryn Bigelow, o Lynne Ramsay. Ho visto da poco You Were Never Really Here, che mi è piaciuto tantissimo…
Parlando appunto di voci femminili che si appropriano del genere e lo ristrutturano!
La gestione della violenza, così sordida, solo le donne riescono ad essere così. Lo stesso vale per la gestione del sentimento.

