

Il contingente femminile al Toronto International Film Festival del 2018 è più nutrito delle edizioni precedenti, fatto che conferma la tendenza della kermesse a diversificare il più possible le esperienze raccontate sugli schermi canadesi. In questo, TIFF 43 si pone in netto contrasto con Venezia 75, dove l’australiana Jennifer Kent (già autrice del notevole The Babadook) era l’unica donna in concorso con The Nightingale. A Toronto circa il circa il 36% dei film proiettati è diretto da donne, con picchi che raggiungono anche il 40% nel caso delle pellicole domestiche. Anche se l’equità nella rappresentazione è ancora lontana, il TIFF dimostra di sapersi fare promotore di un cambiamento necessario e auguriamoci duraturo. Questa molteplicità di voci si traduce in un festival culturalmente profondo e muliebre, dal quale emergono consonanze inaspettate fra regioni del mondo apparentemente distanti, ma in realtà legate da desideri e speranze che attraversano geografie vastissime e popoli disparati. Numerose sono infatti le somiglianze fra film come il canadese Firecrackers (Jasmin Mozzafari, 2018), il cinese The Crossing (Bai Xue, 2018), l’italiano Fiore gemello (si veda l’intervista con la regista Laura Luchetti, 2018), e la co-produzione indiana e statunitense The Sweet Requiem (Ritu Sarin & Tenzing Sonam, 2018), tutte storie di donne alla ricerca di relazioni interpersonali significative, indipendenza economica, e affermazione della propria identità intellettuale ed emotiva contro forze apparentemente insormontabili come la globalizzazione, la militarizzazione dei confini, e perfino l’esilio politico. Fra i vari tratti che accomunano queste pellicole c’è anche la dipendenza dei destini di queste donne da uomini deboli, crudeli, o semplicemente marginalizzati, e la cecità o la mancanza di adeguati mezzi di sostegno delle società che le circondano.
Il paesaggio in cui si dipana Firecrackers di Jasmin Mozaffari è quello periferico di un motel, luogo di transizione per eccellenza, dove le teenager Lou (Michaela Kurimsky) e Chantal (Karena Evan) si ritrovano figurativamente imprigionate. Il desiderio di lasciarsi alle spalle una vita senza prospettive spinge le due ad affidarsi alle promesse dei personaggi maschili, i quali si approfittano delle giovani donne fino ad abusarne psicologicamente e fisicamente. Se la ribellione delle amiche canadesi è volta alla rottura di un ciclo fatto di indigenza e carenza di opportunità, The Crossing si propone di esaminare le relazioni fra consumismo, adolescenza, e l’eredità del colonialismo europeo in Asia. La sedicenne Peipei (Huang Yao) vive a Shenzhen con la madre e ogni giorno attraversa il confine per recarsi a Hong Kong, dove va a scuola. La Danfeizai (un individuo nato dall’unione di un genitore di Hong Kong e uno della Cina continentale) coltiva il desiderio di viaggiare con l’amica Jo (Carmen Soup) in Giappone, ma i risparmi non sono abbastanza. Quando viene accidentalmente coinvolta in un giro di contrabbandieri di apparecchi elettronici, Peipei si convince di poter finalmente realizzare il suo sogno, e si trasforma nel corriere perfetto, forgiando un sodalizio segreto con Hao (Sunny Sun), il ragazzo di Jo. Se in Firecrackers l’ostacolo da sormontare è la mancanza di un’automobile con cui percorrere le lunghe autostrade che vergano il paesaggio canadese, in The Crossing sono le barriere elettroniche e i metal detector che producono le iniquità economiche e politiche di cui si nutrono i contrabbandieri. Le stesse pressioni globali che fanno degli iPhone trafficati da Peipei degli oggetti del desiderio per i mercati di consumo sono anche responsabili della im/mobilità di Basim (Kalilil Khone), immigrato illegalmente dalla Costa d’Avorio e co-protagonista di Fiore gemello. Al viaggio di Basim e Anna (Anastasya Bogach) si sovrappongono il trauma della migrazione e dell’abbandono, la sordità e il razzismo della società, il tutto incorniciato dall’aspro paesaggio sardo che i due si ritrovano ad attraversare insieme. Una storia che parte come una fuga, in quanto Anna è inseguita dal malvagio trafficante Manfredi (Aniello Arena), ma che si trasforma in una lunga camminata volta a unire i destini dei due ragazzi. Gran parte di The Sweet Requiem si svolge nello stesso modo, raccontando l’attraversamento di un valico montano di un gruppo di tibetani in fuga dall’esercito di occupazione cinese. Fra loro c’è una bambina che crescerà a Delhi e diverrà la protagonista della pellicola, la ventiseienne Dolkar (Tenzin Dolker). Un nuovo arrivato (Jampa Kalsang) nella comunità di compatrioti esiliati in India scatena i ricordi della donna, che in una serie di flashback ricostruiscono la drammatica traversata dell’Himalaya.
La struttura narrativa di Firecrackers e di The Crossing è lineare, volta principalmente all’osservazione dei rituali delle giovani protagoniste. Il film canadese emerge per chiarezza di stile, ricordando vagamente l’estetica di Sean Baker, che in Tangerine (2015) e The Florida Project (2017) ha esplorato tematiche ed ambientazioni simili. The Sweet Requiem e Fiore gemello preferiscono organizzare il girato in modo meno diretto, lasciando che i misteri che nascondono si vengano a svelare più lentamente, ma sono accomunati ai primi due dalla vicinanza della macchina da presa alle loro protagoniste, che osservano con dedizione e pazienza. Se il cinema prodotto da queste esperienze non è necessariamente innovativo in termini di stile o narrazione, le prospettive rappresentate dal gruppo di cineaste alla guida delle pellicole qui discusse ci svelano paesaggi umani che, se adeguatamente sostenuti da incentivi, pubblico, e festival, non passeranno più inosservati. Non resta quindi che augurarci che le altre organizzazioni di fama mondiale e tradizione illustre, come Cannes, Berlino, e soprattutto Venezia, si convincano che il cambiamento avviene anche a livello istituzionale, e seguano la strada indicata dal festival canadese, il quale continua ad affermarsi come il più significativo del Nord America non solo a livello cinematografico, ma anche sociopolitico
