
Esempio di femminismo cinematografico piuttosto dozzinale e pedestre. Primi anni duemila. Una giovane studentessa di cinema arriva a Vigo in cerca di informazioni sul padre (che non ha mai conosciuto), morto di AIDS. La sua era una famiglia ricca, abituata dunque a nascondere sotto il tappeto ciò che non voleva vedere – lui incluso.
Un giallo dunque? Vista una premessa del genere, inevitabilmente in qualche misura sì, e qui già cominciano i problemi. Carla Simón prende sottogamba il genere, trattandolo con ingiustificata superiorità: rinuncia alla costruzione, principio fondamentale del giallo, e la sostituisce con poco successo con una marea di digressioni e notazioni d’ambiente (rispetto alle quali, peraltro, la regista spagnola un certo occhio ce l’ha) piccole e grandi, seguendo il cliché del romanzo femminista esploso e policentrico, con il sovraffollamento e lo spezzettamento di personaggi e situazioni che invadono con controllato caos le reciproche orbite. Il che (e la cosa non è necessariamente un male) prosciuga completamente ogni potenziale drammatico, come mostra il distacco metodico, la freddezza quasi, della protagonista nel condurre la sua indagine.
La cosa veramente grave è che, anziché sulla costruzione come vuole il genere, Simón appoggia il film sulle gracili spalle di una trovata formale assai banale: la soluzione del mistero arriva alla protagonista immaginandosi in flashback nei panni di sua madre, con il quasi-coetaneo di cui si sta innamorando in quei giorni nei panni di suo padre. L’origine non è un passato cui risalire poco a poco (come nel giallo), ma è il qui e ora del presente (e per questo, nel film fino a lì, le digressioni “puntiniste” avevano la meglio sull’indagine, sul tracciato lineare della narrazione). Svanita la (relativa) ammirazione per la trovata dopo due secondi, questo lungo flashback si estende per una porzione considerevole del film ma, al netto dei bei paesaggi, il suo cardiogramma emotivo è totalmente piatto: nessun sussulto, solo esposizione dei fatti (appoggiata sulla voce over), non tanto più monocorde di un verbale dei carabinieri.
Intuito femminile vs ragione? Ma se anche fosse, non sarà fregarsene delle strutture del giallo che porterà automaticamente a valorizzare cinematograficamente l’intuito femminile. La cosa richiederebbe forme cinematografiche adeguate, qui invece del tutto assenti, se non in forma mutuata dalla tradizione letteraria e cinematografica in modo purtroppo soltanto grossolano.
