
Un uomo maturo e il figlio adolescente attraversano frontiere fisiche e interiori per inseguire una traccia sempre più fragile: quella di Mar, figlia e sorella, inghiottita cinque mesi prima da un universo notturno fatto di casse pulsanti, corpi in trance e feste senza fine. La loro ricerca li conduce nel Sud del Marocco, in un territorio aspro e lontano da tutto, dove le montagne custodiscono rave clandestini che sembrano sospesi fuori dal tempo e dalla legge.
Catapultati in un mondo che non gli appartiene, dominato dalla musica elettronica, dall’eccesso e da una libertà che li disorienta e li respinge, i due si muovono come estranei. Mostrano il volto di Mar a sconosciuti dagli occhi febbrili, ripetono il suo nome tra tende improvvisate, falò e danze infinite, aggrappandosi a ogni sguardo, a ogni promessa vaga, a ogni possibile indizio. Giorno dopo giorno, la speranza si consuma, sostituita da un silenzio sempre più pesante.
Quando tutto sembra perduto, decidono di non fermarsi. Seguono un gruppo di raver verso un’ultima celebrazione, una festa finale annunciata come mitica, nel cuore del deserto. Lì, dove la terra si apre in distese incandescenti e l’orizzonte sembra non finire mai, il viaggio si trasforma in una prova estrema. Il caldo, la fatica e l’isolamento scavano dentro di loro, portando a galla paure, colpe e incomprensioni rimaste a lungo sepolte.
Nell’immensità ostile del deserto, lontani da ogni certezza, padre e figlio sono costretti a confrontarsi non solo con la possibile perdita di Mar, ma anche con i propri limiti, con il legame che li unisce e con ciò che resta quando ogni appiglio sembra svanire. La ricerca diventa così un percorso di trasformazione, dove il confine tra speranza e resa, tra amore e ossessione, si fa sempre più sottile.
Laxe, giocando coscientemente con lo spettatore, sovverte attese e codici, trasformando una storia prossima al thriller in un viaggio iniziatico radicale, un’esperienza interiore e sensoriale in cui il deserto diventa lo spazio fisico in cui trasfigurarsi. Il passaggio dall’orgiastica esperienza del rave psichedelico a quella del lutto e della violenza agisce come frattura narrativa cosciente che rivela quello che per il regista è il vero punto del film: il confronto con la morte come rivelazione della propria autentica natura, diserzione dal comodo torpore occidentale e sublimazione dell’atavica paura della fine. Lo fa attraverso due svolte narrative clamorose (e molto criticate), attraverso stratificazioni visive e simboliche, alternando paesaggi postapocalittici (Mad Max?), corpi in trance e gesti rituali, con uno stile che oscilla tra visione documentaria e trip lisergico. E impiegando, accanto al protagonista Sergi López, attori non professionisti, veri outsider che radicano il suo racconto in un’autentica cultura del margine. Una visione disarmante, da prendere o lasciare.