CARTOLINA DA CANNES 78 – PEDRO PINHO AL CERTAIN REGARD

Sérgio, un ingegnere ambientale portoghese mosso da un idealismo venato di malinconia, si trasferisce in Guinea-Bissau per coordinare un ambizioso progetto infrastrutturale: la costruzione di un’arteria stradale destinata a congiungere l’aridità del deserto con la densità della foresta tropicale. Quella che inizialmente sembra una missione di cooperazione internazionale si rivela presto un labirinto etico.
Il suo isolamento viene interrotto dall’incontro con i suoi vicini: Diára è una giovane donna dallo spirito indomito che rifiuta le convenzioni locali, cercando una propria strada di autodeterminazione, mentre Gui è un espatriato brasiliano che vive ai margini della società di Bissau, navigando le complessità di un’identità queer in un contesto culturale spesso ostile.
Sérgio intreccia con entrambi un legame profondo e asimmetrico, diventando l’epicentro di un triangolo di vulnerabilità e potere. Mentre la strada avanza, lacerando il paesaggio naturale, Sérgio vede sgretolarsi la propria superiorità morale. Il contatto con Diára e Gui lo trascina nel cuore pulsante della comunità LGBTQ+ clandestina e delle contraddizioni degli aiuti umanitari.
Attraverso questa spirale affettiva, l’ingegnere è costretto a confrontarsi con i propri privilegi post-coloniali e con la consapevolezza che, nonostante le buone intenzioni, la sua presenza è l’ennesima forma di occupazione in una terra che cerca ancora di guarire dalle cicatrici della storia.

Sergio si confronta con un contesto sociopolitico che lo destabilizza profondamente, mettendo a nudo la fragilità del suo ruolo e della sua identità. È una crisi che non esplode mai apertamente, ma si insinua nei silenzi, nelle esitazioni, nelle attrazioni ambigue e mai del tutto decifrabili, restituendo il ritratto di un uomo incapace di leggere fino in fondo il mondo che lo circonda e il posto che vi occupa. Con un piglio quasi documentaristico e una notevole capacità di immersione nel paesaggio umano e naturale, Pinho osserva il protagonista mentre si dibatte tra le manovre di potere di cui è parte, spesso inconsapevole, e una confusione affettiva e sessuale che mina le sue certezze interiori.
Il film costruisce così un costante gioco di tensioni tra il fuori campo della Storia e ciò che affiora nel presente: il rapporto secolare, irrisolto e violento tra Europa e Africa, il retaggio coloniale che continua a modellare sguardi, relazioni e dinamiche di dominio. La crisi individuale di Sergio diventa progressivamente lo specchio di un’eredità collettiva mai elaborata, che emerge nei dialoghi, nei corpi, negli spazi attraversati, fino a trovare una formulazione esplicita e accusatoria («Ti conosco: vieni qui a dare sollievo alle ferite che ci avete inflitto»).
Pinho accompagna il lento scivolare del protagonista dall’illusione del controllo all’impatto disarmante con la complessità della realtà postcoloniale, rifiutando facili risposte o risoluzioni catartiche. Ne nasce un film ammaliante e inquieto, che interroga le ambiguità dell’impegno umanitario, le zone d’ombra del desiderio e le persistenti asimmetrie di potere, lasciando lo spettatore immerso in un senso di instabilità che è al tempo stesso personale, politica e storica.

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