CARTOLINA DA CANNES 78 – L’AGENTE SEGRETO DI MENDONÇA FILHO

Pernicioso calco del thriller paranoico anni Settanta (che si prolunga ad altri riferimenti cinematografici chiave di quel decennio, come Lo squalo ed Omen), ambientato a Recife anche nel cinema dell’infanzia del regista già al centro del suo Retratos Fantasmas.
Comincia con una depalmiana dispersione di MacGuffins, di esche narrative ed indizi, molti dei/delle quali verranno poi abbandonati/e. Il che non vuol dire che il film sia ambiguo, anzi. Molto presto, il film mette in chiaro fuori da ogni dubbio ciò che davvero conta: che il fuggiasco che arriva in città scappa dalle persecuzioni dell’élite industriale brasiliana, che raggiunge una comunità di clandestini internazionali (p.es. c’è chi scappa dall’Angola perché inviso sia ai rivoluzionari che ai controrivoluzionari), e che una sua discendente dei giorni nostri cerca di fare chiarezza su ciò che è successo.
Che molto del materiale che circonda questo nucleo centrale nei 160 minuti di durata del film sia solo lì per permettere a Kleber Mendonça Filho di girare qualche scena ariosa e ben coreografata (ma che non cancella la piattezza di gran parte delle altre scene, perlopiù pesantemente espositive, o tuttalpiù piacevolmente decorative in termini di ritratto d’ambiente vintage), tipo inseguimenti etc., con la quale esprimere la sua evidente e sincera nostalgia del cinema e di tempi in cui il cinema effettivamente esisteva, non è in sé nulla di male. Il problema, ed è un problema grosso, è la posizione da cui guarda retrospettivamente al cinema come mascheramento ideologico dei traumi storici coevi (ragione per cui, giustamente, la sala cinematografica stessa è saldamente integrata dentro l’intrigo, svolgendovi un ruolo parecchio attivo). Questa posizione è quella di un presente in cui il cinema non c’è più e dove, di conseguenza, si può guardare al passato con la sicurezza di chi sa TUTTO, ovvero di chi sa esattamente, anche senza avere le prove, che cosa esattamente quel mascheramento ideologico abbia mascherato, chi siano i buoni, chi i cattivi, in cosa esattamente sia consistito il trauma storico. Kleber guarda al passato dal punto di vista di un presente in cui si sa già tutto e dubbi non ce ne possono essere.

Cartina di tornasole di questo approccio assolutamente deleterio è la ragione per cui il protagonista veniva perseguitato: aveva conseguito progressi giganteschi nella realizzazione di auto elettriche, che davano fastidio all’industria locale. Quindi da un lato abbiamo una imbarazzante, totale depoliticizzazione (laddove nel Brasile di quegli anni chi veniva perseguitato era tutt’altro che indifferente alle colorazioni politiche) dell’antagonismo sociale (cosa che si riscontra anche nella comunità clandestina presso cui egli si rifugia), e dall’altro la proiezione nel passato del punto di vista privilegiato del nostro presente come indice della direzione che il futuro è destinato a seguire, per cui i buoni sono quelli che seguono il corso della Storia nella sua marcia unidirezionale, e i cattivi sono quelli che gli si mettono contro. Ulteriore cartina di tornasole: la leggenda urbana della gamba assassina (arto di un cadavere smembrato da uno squalo che, dicono i giornali dell’epoca, era stata vista aggredire gli avventori di un parco), leggenda che la comunità di marginali illuminati commenta dal punto di vista di chi sa distinguere nettamente la leggenda dalla realtà.
Ma questa distinzione è precisamente quella di cui il cinema ci ha sempre insegnato a diffidare: ad onta della sua dichiarata nostalgia per il cinema, l’approccio di Kleber è tutto contemporaneo, tutto manicheo. Battezza il presente come il tempo del realizzato oblio del cinema, ma il suo tentativo di ricordare il cinema, l’epoca del cinema, parte ipocritamente dalla presunzione di avere già chiarissimo cosa sia stato dimenticato e cosa no. La folta selva di dettagli più o meno random che cresce ai lati della trama è una finta “memoria involontaria” della tessitura sensoriale, fisica di quella data epoca, la cui funzione vera è però quella di mascherare la costernante povertà della sua ricostruzione politica.

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