
Pálmason racconta la crisi di una coppia evitando le forme tradizionali del dramma coniugale, ricostruendo la separazione tra Anna e Magnús non attraverso plateali confronti o una progressione psicologica riconoscibile, ma lasciando che emerga da gesti, silenzi, assenze e distanze, mentre anche i figli attraversano questo passaggio e cercano, ciascuno a proprio modo, un nuovo equilibrio.
Il film segue il corso di un intero anno e mette in relazione il mutare delle stagioni con quello dei personaggi, facendo del paesaggio islandese non un semplice sfondo, ma una sorta di controcampo emotivo che alla precarietà dei rapporti oppone la continuità della natura, il suo ritmo indifferente e insieme pacificatore; allo stesso modo, le opere d’arte di Anna (create dallo stesso regista) finiscono per diventare una proiezione del suo spazio interiore, un’altra forma attraverso cui il film rende visibile ciò che non è verbalizzato. L’incipit, con il tetto della casa che viene scoperchiato, rende subito visibile la crisi familiare in corso: la struttura resta in piedi, ma qualcosa che la proteggeva e la teneva insieme è ormai venuto meno. È un’immagine potente, ma anche programmatica per come fa emergere la qualità più forte del cinema di Pálmason: la capacità di comunicare visivamente l’evoluzione intima della vicenda in un impianto volutamente frammentario in cui le scene quotidiane, più che imbastire un racconto riconoscibile, stabiliscono un’atmosfera e una temperatura emotiva. Lo stesso ruolo lo hanno gli inserti onirici, a tratti quasi orrorifici, che dicono come la crisi della coppia si estenda alla realtà stessa, come se anche il mondo avesse perso insieme a loro una forma stabile. Trasformando la messa in scena di una separazione in qualcosa di più misterioso, tra realismo domestico e teatro dell’assurdo, il regista approda a un finale che, non ricomponendo la frattura, lascia coerentemente sospesa e indefinita l’ipotesi del futuro del nucleo familiare.
