CARTOLINA DA CANNES 78 – HERMANUS E IL SUONO DELL’AMORE

Nel 1917, Lionel, studente del New England Conservatory, conosce David, con cui condivide l’amore per la musica folk e una breve ma intensa relazione sentimentale. La guerra li separa: David parte per il fronte, Lionel torna in Kentucky dopo la morte del padre, abbandonando la musica. Anni dopo, nel 1919, David lo invita a partecipare a un viaggio nel Maine per raccogliere canti popolari, occasione per ritrovarsi e riaccendere il legame. Il progetto li avvicina di nuovo, ma la separazione è inevitabile: Lionel si trasferisce in Europa, David resta negli Stati Uniti.
Negli anni successivi, Lionel vive nuove relazioni, prima con un uomo a Roma, poi con una donna in Inghilterra, ma il pensiero di David continua ad accompagnarlo. Tornato negli Stati Uniti, scopre che David è morto suicida, segnato dai traumi della guerra, e che il viaggio musicale era un’iniziativa personale, mai approvata dall’università. Incontra la vedova di David, che gli restituisce le sue lettere e promette di cercare le registrazioni scomparse.

Il film di Oliver Hermanus parte da una promessa potente: raccontare un amore nascosto, silenzioso, consumato ai margini della storia ufficiale e delle convenzioni sociali. L’incontro tra Lionel (Paul Mescal), cantante popolare del Kentucky, e David (Josh O’Connor), compositore di estrazione più colta, si configura fin da subito come uno scarto rispetto ai canoni del melodramma romantico: la passione esiste, ma viene repressa, rimossa, deviata. Separati dallo scoppio della Prima guerra mondiale, i due uomini si rincontrano anni dopo per un viaggio nel Maine che dovrebbe essere professionale — la raccolta di canti popolari destinati alla Library of Congress — ma si carica via via di un’urgenza affettiva mai del tutto verbalizzata.
Il film lavora, o tenta di lavorare, su quella sottrazione, sul non detto, sul desiderio che trova espressione non nei gesti o nelle parole, ma nei silenzi, negli sguardi trattenuti, nei paesaggi che sembrano custodire più emozione dei protagonisti. Ma questo approccio rarefatto rischia di tradursi in una freddezza formale, che relega l’intimità alla pura astrazione e svuota di reale impatto emotivo il racconto. La regia, visivamente curata fino alla maniera, preferisce l’allusione al coinvolgimento, l’eleganza alla verità del sentimento. E se da un lato questa scelta potrebbe suggerire coerenza con l’epoca storica e con l’impossibilità per i due uomini di vivere apertamente il loro legame, dall’altro produce una distanza che lo spettatore fatica a colmare.
A pesare ulteriormente è una sceneggiatura che alterna momenti riusciti ad altri meno controllati, con una parentesi italiana posticcia e goffa che rompe il tono e sembra provenire da un altro film. Anche il crescendo finale, pensato come momento di rivelazione e catarsi, arriva troppo tardi e con un impatto attenuato, come se la tensione accumulata non riuscisse mai davvero a esplodere. Il risultato è un’opera esteticamente impeccabile ma emotivamente anemica, che parla di passione ma ne smussa ogni asperità, accontentandosi di evocarla da lontano.

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