
Come sempre accade nel percorso artistico di Mario Martone, il cinema non rappresenta un’entità isolata ma si configura come una sola fetta di un progetto a tutto campo capace di attraversare diversi linguaggi espressivi. Seguendo la scia delle precedenti esplorazioni su Leopardi e De Filippo, anche la figura di Goliarda Sapienza viene approcciata dal regista attraverso una stratificazione creativa che ha visto una fondamentale premessa nel teatro. Se Il filo di mezzogiorno costituiva il rovescio psicanalitico di questa indagine, Fuori ne rappresenta un’ulteriore e necessaria sfaccettatura.
Il film sceglie di muoversi lungo una linea impressionistica, concentrandosi su una passeggiata estiva che diventa l’occasione per tratteggiare la complessa figura della scrittrice, cercando di carpirne l’essenza partendo da un singolo frammento di vita vissuta. Attraverso il rapporto che lega Goliarda, interpretata da Valeria Golino, a due ex detenute, i cui volti sono quelli di Elodie e Matilda De Angelis, la narrazione mette in luce come l’esperienza della prigione si sia trasformata per la protagonista in una condizione esistenziale profonda, in un vero e proprio stato d’animo.
Questa verità intima emerge con forza nel confronto con il mondo esterno e con quel consesso di intellettuali in cui la scrittrice non riesce più a rispecchiarsi, rendendo il ricordo del carcere una paradossale forma di libertà. È una libertà che Martone fa vibrare anche nell’anomala struttura della pellicola, lasciando che il suo talento nella direzione degli attori emerga prepotentemente nel confronto tra le tre donne. A fare da autentico suggello all’intera operazione interviene infine il geniale sfondo sonoro affidato alle canzoni di Robert Wyatt, una presenza potente ed evocativa che chiude il cerchio di questa ricerca poetica.
