
Ultime battute a Cannes e consueto sguardo alle accoglienze dei film in concorso da parte della stampa internazionale. Passa in testa alle preferenze di una competizione mediamente buona il bellissimo Burning di Lee Chang-dong (l’autore di Oasis e Poetry), mystery-drama tratto dal romanzo Barn Burning di Haruki Murakami. È molto piaciuto a tutte le maggiori testate internazionali (scintillare di stellette sui pagellini) e si candida con autorevolezza alla palma d’oro (la cartolina sul film apparirà domani). Buono il riscontro per lo Spike Lee bollito di BlacKkKlansman (yawn) e per Asako I & II di Hamaguchi. Under the Silver Lake, il film di David Robert Mitchell, molto atteso dopo l’exploit di It Follows, registra reazioni contrastanti: prevalgono le perentorie stroncature, ma spuntano qui e lì anche critiche positive. Chi scrive lo piazza tra i suoi preferiti della competizione (se ne dirà al momento opportuno) e profetizza che quando uscirà nelle sale verrà trattato con tutt’altro atteggiamento. Come spesso accade ai Festival, i film che spiazzano o tradiscono le premesse autoriali irritano gli osservatori (che vorrebbero osservare solo quello che si aspettano di osservare). Costoro, dunque, non si chiedono «cosa ha fatto il regista?», ma «perché il regista ha fatto questa cosa?». Poi tornano a casa, magari in estate si rilassano un po’ (mare, montagna, lago) e, ricaricate le batterie, uscito il film in sala, lo affrontano con un approccio diverso. Mica ce lo siamo dimenticati (un esempio per tutti, ma ce ne sarebbero a mucchi) che all’epoca Personal Shopper di Assayas fu trattato malissimo e poi, puff, tutto dimenticato: al momento dell’uscita non si vedeva una stroncatura a cercarla col lanternino.
Tiepidi i commenti su En guerre di Stéphane Brizé, film invero coraggioso in quel consacrare il percorso accidentato delle rivendicazioni di un gruppo di lavoratori al solo piano pubblico: quelle che vediamo sono dunque le accese discussioni al tavolo delle trattative, da una parte, e l’asettico resoconto che ne fa l’informazione televisiva, dall’altro. Dispositivo talmente estremo e convinto da far suonare i flash sul privato del protagonista (magnifico, come sempre, Vincent Lindon) come concessioni non necessarie. Il finale, nella sua improvvisa impennata tragica, è una scivolata, ma il complesso dell’opera conferma la lucidità della messa in scena di Brizé, regista da premio.
Breve sguardo alle altre sezioni.
Si stenta a trovare una quadra a Un certain regard, che riesce ad accostare a un titolo forte come Long Day’s Journey Into Night di Bi Gan (che, pur nell’arditezza linguistica, avrebbe meritato il concorso), a operine anche graziose, ma di collocazione inspiegabile, come la favola amara sulla pedofilia Les chatouilles di Andréa Bescond e Eric Metayer.
Più interessante, pur nei suoi limiti, Sofia di Meryem Benm’Barek (ne diremo domani con apposita cartolina).
Per quel che concerne la Quinzaine (che quest’anno compie 50 anni), dopo i fasti francesi iniziali (la triade delle meraviglie: Gavras, Nicloux, Noé) ha presentato un altro notevole titolo transalpino (En liberté di un regista sofisticato, e mediamente sottovalutato, come Pierre Salvadori), un tentativo, nobile e acerbo come El motoarrebatador di Agustín Toscano (in cui scorrono, nel profondo, Sirk e Fassbinder) e altre cose meno eclatanti come la favola realista Cómprame un revólver (narcotrafficanti in Messico, visti da una narratrice bambina) di Julio Hernández Cordón.
Fuori concorso c’era Solo Lars von Trier di cui si dirà a tempo debito, lontano dal bailamme cannense, quando i millantati abbandoni della sala nutriranno i flani. Alla proiezione stampa, per quel che ricordo io, non è andato via nessuno (per andare dove, poi?), si rideva di gusto e gli applausi non sono mancati.