
Dopo l’annus horribilis 2017, il livello generale del concorso si è fortunatamente riassestato su quote meno d’emergenza. E lavori ottimi o anche solo buoni non sono mancati. Ma se l’obbiettivo della selezione ufficiale 2018 era, come più volte dichiarato dallo stesso direttore Thierry Fremaux, il rinnovamento dell’offerta, non si può dire che sia stato raggiunto. Ok, non c’è stato il solito affollarsi di ultra-habitué alla Ken Loach, ma non è dando una spintarella a dei mezzi registi (a esser buoni) che si creano dei nuovi autori. Non certo portando in concorso la scemenza inqualificabile di Eva Husson, o lo pseudo-cult di un giovane presuntuosetto (David Robert Mitchell) che vorrebbe essere un Paul Thomas Anderson con De Palma nel cuore al posto di Altman, o l’imbarazzante inutilità della kazaka-in-distress di Sergey Dvortsevoy, o un esordio egiziano che il festival ha cinicamente buttato lì solo per piantare una bandierina in un terreno geopoliticamente fertile quanto a potenziali coproduzioni francesi a breve-medio termine. Fa eccezione Hamaguchi, promessa non ancora mantenuta, ma assolutamente sulla buona strada per esserlo.
Il vero autore in ascesa, semmai, era Bi Gan, confinato (invero non incomprensibilmente, vista l’eccentricità della sua opera) in Un Certain Regard, sezione parallela che ha offerto in troppi casi la consueta sbobba insipiente degli ultimi anni. A cominciare dallo sbagliatissimo svedese Borders, che ha portato a casa un immeritato premio principale. Ma anche lì, cose buone si sono viste: non solo autori affermati come Sergei Loznitsa o Ulrich Kohler, ma anche esordi solidi come il sudafricano Die Stropers (ad onta della lunghissima gestazione), progetti ambiziosi e passabilmente riusciti come il biopic sul grandissimo e controverso scrittore indo-pakistano Manto, o curiosità intriganti come il siriano Mon tissu préféré, tanto acuto nei rapporti tra i personaggi quanto maldestro nell’intrecciarli con l’obbligatorio sottotesto politico.
Stendiamo pure un velo pietoso sulla Quinzaine des Réalisateurs (il cui direttore, all’ultimo mandato, non ha fatto assolutamente nulla per lasciare un buon ricordo di sé, lasciando galleggiare sul vuoto pneumatico i pochissimi titoli di qualche pregio), per spendere qualche parola sul palmarès. Prima della proiezione circolavano voci inquietanti, ma non è andata troppo male. Era soprattutto legittimo temere che, nell’anno del caso-Weinstein e annessi e connessi, la giuria cedesse alle sirene del politicamente corretto, ma i danni sono stati limitati: la Caméra d’Or al pur pregevole Girl di Lukas Dhont (che non si fa mancare il trans d’ordinanza), il Gran Premio a Spike Lee, e il Premio della Giuria al vomitevole film di Nadine Labaki. 
Un regista di colore e una donna vanno pur sempre premiati d’ufficio, che diamine, anche se poi la sciattissima selezione femminile in concorso era, a dir poco, imperdonabilmente offensiva per chiunque abbia a cuore il cinema, la condizione femminile, o entrambi. Accettabili i premi alle interpretazioni (la suddetta kazaka-in-distress e il sopravvalutato protagonista del sopravvalutatissimo film di Garrone), non foss’altro che per la totale mancanza di performance davvero folgoranti. Incomprensibile la “Palma d’oro speciale” a Godard (che bisogno c’è?), e tutto sommato anche quella della sceneggiatura alla Rohrwacher: non si capisce bene in base a quale concezione della sceneggiatura sarebbero lì che vadano cercati i maggiori pregi di Lazzaro felice. Ma forse è meglio una scelta del genere, per quanto enigmatica, piuttosto che scambiare la sceneggiatura per l’accademismo inerte (Panahi, ex aequo con la Rohrwacher, di fatto un plagio da denuncia di Kiarostami), o la regia con la sterile confezione visuale per la quale è stato premiato Pawlikowski.
Ma tutto questo scompare dietro alla ineccepibile, davvero graditissima consacrazione di Hirokazu Kore-Eda, che conquista la Palma d’Oro dopo una gavetta più che ventennale lontano dai riflettori. Mai i suoi film hanno giocato la carta di una facile ambizione, di un tronfio (ma ahinoi spesso remunerativo) alzare la posta, e sempre hanno nascosto la loro eccezionale qualità sotto le ingannevoli apparenze di opere dimesse, medie, ordinarie. Ma con il suo Shoplifters, raro caso di migliore film in concorso che effettivamente vince la Palma, Kore-eda finalmente si impone all’attenzione del cinema mondiale come quel grande autore che è ormai da tempo. Uno dei migliori in attività.