TRAMA
Saetta McQueen, ormai divenuto re della Piston Cup, decide di partecipare al Grand Prix Mondiale (qualunque cosa sia) mentre il misteriosamente “inseparabile amico” Cricchetto viene coinvolto in una confusa storia di spionaggio internazionale.
RECENSIONI

Volendo essere generosi col peggior film Pixar di sempre, si potrebbe azzardare una sovrainterpretazione in salsa divertissement – ossia – disimpegno esibito e intenzionale, costoso e vuoto giocattolone confezionato “gratuitamente” senza troppe pretese. Ma perché essere così benevoli? I divertissement, ammesso che Cars 2 lo sia, dovrebbero essere divertenti (o almeno divertiti). Se è vero, infatti, che tre vette consecutive come Up, WALL-E e Toy Story 3 sono un’eredità impegnativa, talmente impegnativa da giustificare una parentesi in un certo senso parallela e “sbarazzina”, è altresì innegabile che l’ultima fatic(os)a regi(stic)a di Lasseter sia un pasticcio quasi imbarazzante. C’è un peccato originale: il primo Cars era già, almeno per chi scrive, un mezzo passo falso. Una dimostrazione di forza tecn(olog)ica a colpi di texture e rendering contundenti mal servita da un’insolita freddezza, uno script vuoto e inutilmente macchinoso, pochissimo humour e un protagonista insipido. Con pochissimi sprazzi di Pixar-Meraviglia (il cambio gomme di Guido, sequenza magistrale capace di coniugare suspense, comicità e commozione con una misteriosa formula alchemica). In questo secondo capitolo, si perpetuano le mancanze del progenitore, se ne aggiungono di nuove e possiamo scordarci qualunque accenno di Pixar-Meraviglia. Intanto c'è la scelta, abbastanza inspiegabile, di liquidare il comparto 'personaggi storici': Sally, Fillmore, il Generale, Flo, Ramone sono ridotti a comparse, archiviati in fretta e furia con poche battute banali e frettolose, alla stregua di drammaturgici scheletri nell'armadio. Al loro posto si insediano nuovi - presunti - beniamini come Finn McMissile, Holley Shiftwell, Francesco Bernulli, figurine incolori caratterizzate alla bell'e meglio, semplici 'spalle' del vero protagonista del film - Cricchetto - la cui tonta semplicità/bontà mostra prestissimo la corda e rende Cars 2 uno strano oggetto pieno di azione ma privo di veri agenti, un turbinio poco sensato e orfano di punti di riferimento narrativi, emotivi e/o umani. La scelta di autovincolarsi a uno specifico e codificato Genere di riferimento (lo spy movie) intrappola così lo script in maglie troppo strette, dalle quali il film non si libera mai, innescando presto una monotonia che veicola dialoghi, battute e snodi narrativi in un’unica direzione. Dimostrazione è che il Genere privilegiato (ma non unico né troppo prescrittivo) dal primo capitolo – il film sportivo – qui è affatto subordinato al limite del soffocamento. Le sequenze di corsa, che in Cars funzionavano “in sé” e avevano anche precisa consistenza drammatica, qui appaiono confuse e pretestuose, disinnescate di qualunque possibile componente “agonistica” e presentate, mai autonome ma sempre in montaggio parallelo, come semplici inserti dovuti dei quali si sarebbe fatto volentieri a meno. Armamentario tematico teoricamente nutrito ma raffazzonato (l’amicizia Saetta/Cricchetto, data per scontata ma mai veramente costruita da un punto di vista narrativo), ambiguo (la riscossa degli emarginati, che però diventano “cattivi”) o confuso (l’apparente fulcro, il carburante alternativo, evapora nell’agnizione doppiogiochista finale e viene archiviato con la sbrigativa gag di Fillmore e del suo biocarburante). Tecnicamente siamo al top, e ormai si sa, registicamente ci sono alti e bassi ma spicca una generica aritmia. Visti anche i precedenti dietro alla macchina da presa (si fa per dire), c’è da augurarsi che in futuro il capoccia Pixar John Lasseter (Toy Story 1, non memorabile, A Bug’s Life, dimenticato, e questo) si limiti a fare il produttore e direttore creativo.

Commiato dal motto Pixar che la storia viene prima di tutto e che bisogna sempre esplorare territori sconosciuti. Anche il primo Cars era imperniato su di un racconto e temi abbastanza risaputi, ma la meraviglia dell'animazione sopperiva: qui si rinnovano le magie del digitale, si sfrutta la moda del 3D dando più spazio all’azione e a varie fantasmagorie in campo lungo e, quando compare una fittizia località italiana (basata su Portofino e Positano) restituita con dettaglio di crepe, colori, ombre e “sapori”, si resta basiti per la perfezione tecnico-artistica (c’è anche un corridore pieno di sé di nazionalità italiana: il doppiaggio nostrano si diverte con vari dialetti e coinvolge celebrità come Franco Nero e Sophia Loren). I creativi della Pixar, però, lavorano su una trama con modi da James Bond (007 c’è: ovviamente è una Aston Martin DB5) per il puro, ammiccante effetto di aumentare l’ottovolante delle imprese rocambolesche, modellando una macchina stordente: gadget ipertecnologici e salti iperbolici servono una mera giostra con facile morale (“Se sei amico, accetti gli amici così come sono”), che rende maggiormente protagonista Cricchetto, lo Scratch da Era Glaciale che, certamente più simpatico del borioso Saetta (che, in parallelo, corre a tutta velocità), s’era già conquistato un cortometraggio (Carl Attrezzi e la Luce Fantasma) e una serie televisiva (”Cars Toon - le incredibili storie di Carl Attrezzi”), dove parimenti veniva sfruttata l'ambientazione giapponese (una delle tre privilegiate da questo World Rally e la più saccheggiata per usi e costumi). Sono coinvolgenti i dinamismi e buffi certi dettagli (la regina d'Inghilterra nei panni di una Austin Princess) ma non è la Pixar che conosciamo.

