TRAMA
Due uomini ossessionati dalle teorie complottistiche rapiscono l’amministratrice delegata di una grande azienda, convinti che sia un’aliena che vuole distruggere la Terra.
RECENSIONI
Bugonia avrebbe tutti gli ingredienti per sembrare, fin da subito, un film pretenziosetto: un titolo aulico, che ti costringe a tornare nientemeno che alle Georgiche virgiliane (IV, 528-538), in cui si narra della generazione di uno sciame d’api dalla carcassa di un bue defunto; uno stile arty che più arty non si può, fra aspect ratio di 1,50:1, cartelli che scandiscono i capitoli della narrazione con un lettering quasi illeggibile, fotografia smaccatamente riferibile a un’estetica “a24esque” (che però, attenzione, non è questa volta alla produzione); un soggetto tratto da un semi-sconosciuto film coreano del 2003 (Jigureul jikyeora! di Jang Joon-hwan), di quelli che servono proprio a farti dire: “ma lo sai che è un remake?” – “Nooo, vado subito a recuperarlo!”; una sceneggiatura-impalcatura che si inerpica in una vertigine di ammiccamenti esattamente pensati per titillare quel pubblico lì, di cinefili glabri in cerca di Autore. Insomma, ogni elemento utile a rendere immediatamente antipatico a pelle un film, Bugonia sembra avercelo. E d’altronde questa pare essere la piega recente di Lanthimos, o quantomeno del Lanthimos post-Povere creature! (2023), cioè quello ormai riconosciuto e – diremo di più – à la page.
Tutto questo preambolo sarebbe anche vero, se non fosse superficiale. A partire dalla fine, per esempio, se si ignora il fatto che il Lanthimos pre-Povere creature! era sostanzialmente lo stesso, solo senza la fama che ne seguì: ovverosia quel simpatico regista greco (“bugonia”, prima che virgiliano, è termine greco) che – per citare il generico modo con cui si parla di lui – è:
- “ma sì dai, quello di The Lobster (2015)”;
- “ma non l’hai visto Dogtooth (2009)? Devi vederlo, alla fine Povere creature! è la stessa cosa ma peggio!”;
- “quanto mi ha fatto stare male Il sacrificio del cervo sacro (2017)”;
- “La favorita (2018), bellissimo quell’uso del grandangolo!”;
- “Kinds of Kindness (2024)? Brutto inciampo, si è montato la testa”.
In tutto ciò Kinetta (2005) e Alps (2011) di solito non sono pervenuti: troppo greci e troppo poco bislacchi per rientrare nella fotografia banalizzante di un regista che però con Bugonia firma il suo decimo lungometraggio (il primo era la co-regia con Lakīs Lazopoulos di O kalyteros mou filos, 2001), cioè quanto basta e avanza per iniziare a parlarne in modo un po’ meno schematizzato.

Quindi, tornando a Bugonia, è senz’altro vero che il film fa del suo meglio per presentarsi come un’operetta da camera per chi ha scambiato il cinema per una degustazione enologica da Smart Box. È anche vero che, però, se si esce dallo snobismo più deteriore, allora le cose assumono un altro sapore. Bugonia, pur nel suo vedutismo chic e con le sue tare fluide così contemporanee (un po’ Festival di Venezia, un po’ multiplex), qualcosa da dire ce l’ha. Ad esempio – e non è poco – nella problematizzazione del complottar(d)o come figura che, in fondo, alla fin fine aveva ragione. Jesse Plemons in questo ruolo, dell’ometto passivo-aggressivo dal volto weirdcore, calza ormai a pennello. Emma Stone dal canto suo, sempre più lanciata nell’empireo lanthimosiano, funziona (anche se forse un po’ meno) nella parte dell’aziendalista di successo, tutta d’un pezzo, senza scrupoli, da cui l’alienità un po’ metaforica e un po’ letterale. Il film ha fra i suoi pregi quello di continuare ad articolare un’estetica dell’antikollossal, del film-Opinel – piccino e contenuto ma affilato e con tutto il necessaire – la cui lama taglia se accetti il patto narrativo di base. Che sarebbe: lasciarsi catturare dall’ambiguità iniziale, voler credere (l’archetipico “I want to believe” campeggia indefesso a casa del protagonista) che il mistero sia tale. Godere delle concessioni splatter-gore (l’eccellente Aidan Delbis che si pianta una pallottola in testa), in fondo organiche al modello drammaturgico dell’escalation che il film segue passo passo. E rinunciare, alla fine, a sostenere che fosse tutto già “telefonato”, considerazione questa ben più scontata del presuntamente scontato finale. Perché se anche è vero che lo squillo della telefonata — restiamo nella metafora — si sentiva da lontano, come sempre il punto non è ciò che succede, ma come e perché succede. Non è tanto il fatto che la teoria cospiratoria si riveli esatta fin nelle sue più capricciose pieghe (la rasatura dei capelli onde evitare che questi si facciano ricevitori di segnali alieni), quanto che l’apologia del complotto di Lanthimos serve a sbatterci in faccia l’ipocrisia delle nostre certezze, rivedendo il ruolo del complottaro (iperonimo dell’ultimo fra gli ultimi) in quanto così pazzo da averci visto giusto.
Solo la fine del mondo darà ragione a chi ha avuto l’ostinazione di rifiutare radicalmente gli abusi del potere, a costo della propria vita; e nella distruzione di ogni cosa risuonerà l’eco del loro grido di vendetta. Sarebbe questa allora, forse, la “morale” di Bugonia. E se non si vuole indulgere in uno slancio ermeneutico così apocalittico, si dia almeno al film il pregio di restituire dignità a un aggettivo ormai talmente inflazionato da aver perso ogni suo significato: grottesco.

