TRAMA
Agnes alloggia sola in un motel, traumatizzata dalla scomparsa del figlio e preoccupata per la possibile ricomparsa dell’ex marito, un uomo violento da poco tornato in libertà vigilata. Quando nel motel arriva il giovane Peter, un reduce dalla guerra del golfo, per Agnes le cose sembrano cambiare, ma presto l’uomo, inizialmente rassicurante, comincia a manifestare un’ossessione per gli insetti che finisce per risucchiare Agnes in un universo di terrore.
RECENSIONI
Gli Abissi del Delirio
È la paranoia a far crollare il fragile mondo dei due protagonisti dell'ultima fatica di William Friedkin. Uno stato mentale fondato su un'idea di continua persecuzione, come se ogni gesto sottintendesse un complotto. Agnes vive da sola in un motel perso nel nulla, come ci mostra la spettacolare panoramica aerea con cui si apre il lungometraggio (una delle poche concessioni all'esterno), e Peter è un reduce, apparentemente pacato, della Guerra del Golfo. L'incontro casuale tra le due solitudini sembra potere riscaldare cuori raggelati da una vita ingrata, ma è solo l'illusione di un attimo. Neanche tanto gradualmente, infatti, la malata convinzione di Peter di essere oggetto di esperimenti militari finirà per scatenare una follia contagiosa e distruttiva. Il punto di partenza è un insetto trovato nel letto. L'idea di un delirio da camera dove l'incubo scaturisce dalle innumerevoli, e non sempre sigillate a dovere, porte della mente, in sé non è male, ma lo stile viscerale di Friedkin, abituato a districarsi tra Bene e Male ("L'esorcista", ma non solo) non riesce a far dimenticare l'origine teatrale del soggetto (l'omonimo "Bug" di Tracey Letts). Dopo una prima parte fin troppo preparatoria ma compatta, infatti, la paranoia si concretizza in un truce, e trito, dramma sovraeccitato, didascalico e privo di sfumature. Non aiutano le scenografie. Puzza infatti palesemente di set la casa ricoperta da carta argentata in cui si consuma la tragedia finale. Ad appesantire le implicazioni della vicenda è l'assenza di interrogativi con cui i fatti vengono esposti allo spettatore, che si trova alle prese con i deliri di due borderline senza che mai un dubbio, un'ipotesi, un cambio di registro, rimettano in gioco i fatti, cercando di suggerire un punto di vista piuttosto che scolpirlo a suon di urla. Sì, alla resa dei conti non è del tutto chiaro ciò che è reale e ciò che invece è il parto di menti squilibrate, ma eventuali fraintendimenti non cambierebbero la sostanza del film, incentrato unicamente sulla messa in scena di un'ossessione. Adeguata allo stile concitato della narrazione la recitazione dei due protagonisti, Ashley Judd e Michael Shannon, che fanno del loro meglio ma finiscono per soccombere a due personaggi affamati esclusivamente di scene madri.

La pièce teatrale allucinata, quasi pinteriana, di Tracy Letts (prima londinese nel 1996) si chiude in una stanza d’albergo e William Friedkin fa poco per mascherarlo, non ne ha bisogno, il suo cinema è da sempre fatto di Cinema, cioè maestria nel montaggio, nell’uso dei suoni, delle visioni allucinogene (qui efficaci nonostante l’evidente low-budget). È il regista che più di chiunque altro è riuscito a mettere in scena le paure umane più ancestrali, ignote, (ma) iscritte nel Dna. Ciò che rende attanagliante la paranoia descritta, figlia anche della cocaina, non è l’insita follia con i suoi eccessi ma la dose d’Amore, come cura della solitudine (rivedere il meraviglioso Cocaina di Harold Becker): l’idea forte di base connota di certo il film, la buona messinscena immaginifica di Friedkin di sicuro la sostiene ma a fare la differenza è il modo con cui si dà corpo ai personaggi, una Ashley Judd (riunita a Friedkin dopo Jade) sfatta, trasandata, ritratta anche mentre orina o si lava i denti; un Michael Shannon (che interpretava il personaggio anche a teatro) prima timido, educato, impacciato, poi eccentrico, intrigante, infine sempre più pazzo e sanguinario. Un crescendo vero e proprio dove la paranoia è un virus che ti imprigiona all’interno della mente (la stanza del motel). In qualche modo, il film ricorda “I serpenti della notte” (fra allucinazioni, basso costo e guerra di mezzo), episodio di Friedkin di Ai confini della realtà.

