Bellico, Recensione

BROTHERS OF WAR

Titolo OriginaleTaegukgi hwinalrimyeo
NazioneCorea del Sud
Anno Produzione2004
Genere
Durata143'
Sceneggiatura
Fotografia

TRAMA

Dopo il macabro ritrovamento di ossa umane compiuto, ai giorni nostri, da un gruppo di archeologi coreani, si sviluppa un lungo flashback che illustra il legame tra quelle ossa e una serie di tragici eventi. Ne furono protagonisti due fratelli, partiti per il fronte nelle fasi iniziali della sanguinosa Guerra di Corea.

RECENSIONI

Quando John Woo andava assai di moda, e The Killer sembrava a molti un capolavoro (qualunque cosa significhi), si diceva che l’eroismo, il senso dell’onore, l’amicizia virile e il generico “sentimentalismo” che emergevano prepotenti nel cinema orientale ci parevano demodè, o peggio, per mera inadeguatezza di sguardo (ovviamente occidentale). L’Eroe morituro invocava l’Amico al sussurro di “topolino” e non solo non era lecito ridere ma ci si doveva vergognare, tra sé e sé, del solo impulso guascone allo sghignazzo. Passata un po’ d’acqua sotto i ponti, è forse giunto il momento di rifarsi goliardicamente degli sghignazzi perduti e canzonare come merita una sceneggiatura come quella di Taegukgi, talmente schematica ed elementare a tutti i livelli da suonare come un’offesa personale. Era dai tempi della Potëmkin, per dire, che non si vedevano dei vermi-su-carne usati in modo così gratuito e ricattatorio. E cosa dire del pre-finale, quando i due fratelli protagonisti si ritrovano a combattere uno contro l’altro su fronti opposti e, letteralmente, non si riconoscono più? Avevamo già capito, grazie. “Colonna visiva” hollywoodiana (qualunque cosa significhi) con menzione speciale per il perfetto allineamento delle sequenze di battaglia con quelle cui siamo ormai assuefatti: che Kyung-Pyo Hong abbia telefonato a John Mathieson per farsi dare qualche dritta?

Senza mezzi termini, questo è uno dei migliori film di guerra della storia del cinema. Più di due ore di dinamiche belliche in salsa kolossal (con in mente Salvate Il Soldato Ryan) magistralmente coreografate, montate, girate (sublimi punti di inquadratura) e rifinite con gli effetti speciali. Il regista punta al realismo, non lesinando in una violenza che, al contempo, mostra con crudezza la carne insanguinata e carica l’animo primigenio di rabbia combattiva. Tutto ciò, però, non basterebbe a farne un grande film: dietro c’è un sorprendente racconto di fratellanza, da quella colma di pathos e senso di protezione dei due protagonisti, a quella della guerra civile dove i due fratelli cambieranno spesso fazione. Assenza di retorica e temi mai urlati, se non da qualche sottolineatura patetica o idilliaca (il prologo): non si combatte per la patria contro un demoniaco nemico ma, prima di tutto, per amore, per la famiglia. Interessante anche il discorso sugli effetti della guerra: l’adrenalina della vicinanza alla morte, la sindrome dell’eroe. L’odio verso il fratello ti attraversa, la patria per cui combatti è in preda alla tua stessa follia, e inizi a odiare anche lei.

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