TRAMA
La tormentata notte del 31 marzo 1943 del celebre paroliere Lorenz Hart: mentre il suo ex collaboratore Richard Rodgers festeggia il successo del musical Oklahoma!, Hart affronta alcolismo, gelosia e rimpianti in un intimo locale notturno di New York.
RECENSIONI
parole, parole, parole
Quentin Tarantino coniò il termine hangout movie – film in cui il tempo passa mentre i personaggi parlano, passeggiano, perdono tempo, non concludono nulla – alla fine degli anni ’90, principalmente per descrivere il suo amore per un classico del western del 1959 di Howard Hawks, Un dollaro d’onore [1]. La trama western, qui, è solo una scusa per vedere John Wayne, Dean Martin e Ricky Nelson cantare e scherzare in un ufficio dello sceriffo. Un po' come accade per i film slice of life - letteralmente fette di vita - negli hangout movie sono i personaggi, e l’interazione tra essi, che definiscono l'esperienza rispetto agli eventi narrati. Tarantino ha espresso chiaramente questa filosofia cinematografica, strutturando interi film – Jackie Brown, A prova di morte e C'era una volta a... Hollywood, tra gli altri – non sulla trama, ma sul piacere di ascoltare e vivere con i suoi protagonisti [2].
Alla Berlinale 2025, Blue Moon di Richard Linklater, What Does That Nature Say di Hong Sang-soo e Peter Hujar’s Day di Ira Sachs riaffermano con forza il genere del hangout movie. A guidare questa rinascita non poteva che esserci Linklater, uno dei massimi autori di questo genere, reduce da un 2025 che lo ha visto uscire con due film incentrati sullo scorrere del tempo (e delle parole): Blue Moon è il ritratto straziante di un artista intrappolato nel passato che vede il tempo sfuggirgli di mano, Nouvelle Vague è la celebrazione di una generazione che il tempo lo ha preso di petto per piegarlo alle proprie regole. Nel panorama cinematografico contemporaneo, la filmografia del regista texano si distingue come un'autentica fenomenologia della durata, dove lo scorrere del tempo cessa di essere un mero espediente narrativo per farsi sostanza stessa dell'opera; lo testimoniano la celebre Trilogia del Prima, capace di catturare l'evoluzione dell'amore [3] – e dei suoi protagonisti – a intervalli di nove anni, l'epocale esperimento di Boyhood, che condensa dodici anni di riprese reali in un flusso continuo di microscopici frammenti quotidiani, e la vibrante coralità di La vita è un sogno, dove la compressione temporale di una sola notte cristallizza per sempre l'effimera intensità della giovinezza.
[1] Quentin Tarantino dichiarò che prima di fidanzarsi con una ragazza le mostrava questo film: se non le piaceva, la storia finiva lì.
[2] Sebbene Tarantino abbia coniato il termine guardando ai western americani, la sua stessa casa di produzione, chiusa nel 2006, si chiamava A Band Apart, un omaggio diretto al film Bande à part (1964) di Jean-Luc Godard.
[3] “The first film is about what could be, the second is about what should have been; Before midnight is about what it is.” Ethan Hawke.

I didn’t Know What Time It Was
Tu sei il mio ieri, il mio oggi, il mio sempre, inquietudine.
(Mina, Parole parole)
Sotto molti aspetti Ansell era un uomo presuntuoso; ma non si vantava mai d’avere ragione. Aveva previsto fin da principio la catastrofe di Rickie, ma da questo non trasse alcuna consolazione. Sotto molti aspetti era pedante; ma la sua pedanteria era vicina ai vigneti della vita… molto più vicina della tanto proclamata esperienza mondana. Davanti a sé aveva moltissimi fatti da apprendere, e prima di morire ne apprese una discreta quantità.
(E. M. Forster, Il cammino più lungo)
Dopo aver dilatato il tempo fino a dieci anni in Boyhood, Linklater compie qui il movimento opposto: comprime una vita intera in poco più di cento minuti. Blue Moon non racconta infatti la biografia di Lorenz Hart, storico paroliere della coppia Rodgers & Hart, ma una sola notte della sua esistenza. Il 31 marzo 1943, durante la prima di Oklahoma!, il primo musical firmato da Richard Rodgers senza il suo storico collaboratore e con Oscar Hammerstein II ai testi. Una data apparentemente qualsiasi che si rivela invece il punto esatto in cui un uomo prende coscienza del proprio (viale del) tramonto. Confinato quasi interamente all'interno del celebre Sardi's Restaurant di New York, Blue Moon è un film che lavora su dettagli apparentemente semplici – come il suono di una sirena che irrompe nel momento in cui Eddie, il barista interpretato da Bobby Cannavale, serve a Hart il primo whisky della serata, preannuncio del lento naufragio che seguirà. Anche il Sardi’s Restaurant, quasi unica location, non risponde (solo) a una soluzione produttiva o stilistica. È una necessità narrativa. Hart vive attraverso il teatro musicale ed è da lì che osserva la realtà: un palcoscenico – un purgatorio prima del suo ultimo atto – in cui i personaggi entrano ed escono di scena, mentre in sottofondo un pianista armonizza melodie di un'altra epoca, come la frase pronunciata da Hart quella notte – nobody ever loved me that much – refrain e leitmotiv del film, e della sua vita. C'è una battuta che Lorenz Hart faceva spesso su sé stesso: sosteneva che la sua bassa statura fosse dovuta al peso eccessivo del suo cervello. È un segno, forma tangibile del protagonista di Blue Moon: un uomo piccolo nel corpo – non a caso, in una scena del film Hart inizia a chiacchierare con l'autore E.B. White, raccontando di un topo che continua a invadere il suo appartamento e suggerisce per scherzo di chiamarlo Stuart – e gigantesco nel talento, schiacciato però dal peso della propria sensibilità e dalla consapevolezza di appartenere ormai a un'epoca che sta finendo. Come Norma Desmond in Viale del tramonto, Hart è una figura che scopre di essere stata superata dal proprio tempo, lasciata indietro dalla storia – conosce il suo epilogo, già dichiarato nel prologo del film, unico spazio al di fuori. Hart beve, scherza, si esibisce in battute argute, ma sta annegando davanti ai nostri occhi.
Il Lorenz Hart di Linklater è Ethan Hawke (già Chet Beker in Born to Be Blue – altra storia di un uomo fuori controllo) che dà vita a una delle interpretazioni più impressionanti della sua carriera: lascia sullo schermo un segno che assume la forma di una caricatura, come una di quelle che ancora oggi si trovano appese alle pareti del ristorante Sardi’s. Hawke scompare completamente dietro la figura rappresentata, ne viene fagocitato – alla maniera di Phil Hoffman in Capote o Peter Sellers in Being There. O del più recente Joaquin Phoenix in Joker. In Blue Moon Linklater torna così al dramma da camera di Tape, ma lo filtra attraverso la propria poetica del tempo. Se nella Trilogia del prima i personaggi camminavano e parlavano per trattenere il presente prima che sfuggisse via, qui la conversazione è immobile, quasi imbalsamata. La parola non accompagna il movimento: lo sostituisce. I dialoghi e i monologhi parlano di arte, poesia, musica, punteggiatura, amore, come quello chimerico per Elizabeth Weiland (Margaret Qualley, impeccabile per quella sua innata allure senza tempo), forse l'unica persona che ascolta davvero Hart invece di limitarsi a sentirlo parlare – due solitudini che si riconoscono e si specchiano l'una nell’altra. Ed è proprio al carteggio tra la Wieland e Hart che lo sceneggiatore di Blue Moon, Robert Kaplow (già alla scrittura in Me and Orson Welles), si è ispirato.
Blue Moon non offre catarsi, rivelazioni o svolte decisive. Linklater, come ha dichiarato lui stesso, non vuole raccontare una storia ma catturare un momento. Un frammento di vita. Una notte in cui un artistica comprende che la sua epoca è finita, ma continua ugualmente a recitare la propria parte. Come in gran parte del suo cinema, da Slacker alla Trilogia del prima, ciò che conta non è ciò che accade ma ciò che si prova mentre accade. Alla fine Blue Moon è l’elegia di un artista dimenticato, ma anche una riflessione universale sul tempo che passa e sul bisogno disperato di essere amati. Un film che guarda il tramonto senza nostalgia e senza consolazione, limitandosi a osservarne la bellezza dolorosa. E forse proprio qui risiede la sua grandezza. Nella convinzione che non debba necessariamente succedere qualcosa perché il cinema diventi vita. A volte basta osservare un uomo seduto al bancone di un bar, mentre cerca di trattenere un mondo che è già scomparso.

