Grottesco, Recensione

BARRIERA

Titolo OriginaleBariera
NazionePolonia
Anno Produzione1966
Genere
Durata77’

TRAMA

Vince un gruzzolo in una scommessa con gli amici e lascia l’università per sposarsi. Una ragazza che guida il tram s’innamora di lui.

RECENSIONI

Dopo Rysopis e Walkover, Skolimowski chiude un’ideale trilogia sulla gioventù insofferente con una partitura musicale più armoniosa, ponderata, allegorica e visionaria. Incanala l’energia dell’irrequietezza incostante sua tipica in visioni di lucida follia, ben cogliendo nell’aria il clima culturale che cullava, in quegli anni, le opere di Godard, Pasolini, Fellini e Ken Russell. Compie il capolavoro nel momento in cui rinuncia al ruolo da attore principale (ma presta il suo volto per i cartelloni pubblicitari che invitano a donare il sangue) e si concentra sulla regia, per penetranti e liriche composizioni figurative: dagli ambienti stilizzati (gli incroci e i semafori, l’ospizio, l’arredamento di corna e veli, il bagno a lume di candela, e così via) alle provocazioni simboliche (il muro con i pennuti appesi; il passo sincronizzato e ridicolo dei “sudditi”), è un tripudio di fantasia che scova l’assurdo surreale in contesti reali o possibili. Il tema principale è una costante del trittico ma, finalmente, viene esplicitato con più chiarezza e feroci intenti dissacratori: la gioventù (oppure “Io, Jerzy Skolimowski”) ha diritto a godersi la propria verde età senza rinchiudersi in asettici percorsi, dalla laurea alla pensione, nell’ottica del sacrificio per la madrepatria, spersonalizzata in un formicaio dove tutto è statale. Jan Nowicki si libera del laccio ai polsi e si mostra intemperante, ribelle, controcorrente (non ambiguo e irrisolto come i precedenti eroi di Skolimowski): impugna la spada e la rotea contro la menzogna (cinema compreso, vedi la proiezione del mare al ristorante), il terrorismo degli anziani spavaldi (gli eroi di guerra, l’autista dell’auto fantasma), i coetanei conservatori, addormentati dagli “alleluia” che omettono di dire “Un giorno morirai, senza resuscitare”. Non agisce né pensa in modo coerente, sa solo che non vuole essere come le oche che hanno rinunciato a volare e si butta (dallo scivolo, grande cinema). L’incontro con una ragazza (magnifica la scena tram/cabina del telefono) ferma il tempo e dimostra l’assioma, più volte ripetuto, che la generazione di oggi è cinica, senza ideali, ma pronta agli slanci romantici. Un elegante ristorante semivuoto accoglie la nuova coppia e la pellicola, in vena di grottesco, sposa per un attimo il musical. La menzogna riesce, ancora una volta, a minare l’incanto del loro sentimento ma, infine, il cartello godardiano “Non è viva” si trasforma in un “Evviva”. Il vero finale del loro film, Skolimowski e Joanna Szczerbic (la sua seconda moglie) lo hanno girato “dal vero”, scappando dalla Polonia lo stesso anno.

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