Giallo, Recensione

L’AMORE INFEDELE

Titolo OriginaleUnfaithful
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2002
Genere
Durata124'
Tratto dada Stephane una donna infedele di Chabrol
Fotografia
Scenografia

TRAMA

La famiglia Summer vive una vita tranquilla e agiata. Il menage si incrina quando il marito scopre il tradimento della moglie che, complice una tempesta di vento, ha incontrato a Soho un giovane e aitante libraio in cerca di emozioni.

RECENSIONI

Adrian Lyne e' un regista che non teme confronti imbarazzanti. Lo ha gia' dimostrato con il remake di "Lolita", boicottato dalla distribuzione (in realta' non cosi' male), ed ora sfidando il rigore formale e sostanziale di Claude Chabrol. "Unfaithful", infatti, e' il rifacimento del francese "Stephane, una moglie infedele". Paragoni a parte, il film e' un concentrato dell'immaginario visivo di Adrian Lyne. Il suo cinema rischia piu' volte di cadere nel kitsch, ma seduce attraverso la bellezza delle immagini e una narrazione provocatoria. Anche in "Unfaithful", che ripercorre il piu' classico dei triangoli, ci sono esche costruite con furbizia (altro elemento determinante nella cinematografia del regista) che permettono allo spettatore di identificarsi con i personaggi, o comunque di comprendere le loro motivazioni. La protagonista, ad esempio, non e' la classica donna di mezza eta' in cerca di emozioni da una vita piatta accanto ad un marito che sopporta. E' una donna soddisfatta che ama il suo compagno, ma viene travolta da una passione improvvisa, tanto piu' dirompente proprio perche' inaspettata. Tra le cose che piu' irritano:
- le scene di sesso tra moglie e amante, costruite per solleticare la "pruderie" mantenendo un costante effetto di ricercata spontaneita' - l'assoluta banalita' del bello&dannato, con casa bellissima e fotogenica e nulla da fare durante il giorno
- il sempre piu' bolso Richard Gere, per una volta cornuto e mazziato
- i "topoi" del regista: dettagli di frutta o verdura a tranci, ascensori cigolanti di quelli a losanghe di ferro, fumi e nebbia ovunque, metafore spicciole (la bicicletta del bambino gettata a terra dal vento durante i titoli di testa), le citazioni d'autore (qui si scomoda Jacques Tati), l'importanza narrativa degli agenti atmosferici.
Tra le cose che colpiscono e divertono:
- le scene di sesso tra moglie e amante, costruite per solleticare la "pruderie" mantenendo un costante effetto di ricercata spontaneita' - l'assoluta banalita' del bello&dannato con casa bellissima e fotogenica e nulla da fare durante il giorno
- il sempre piu' bolso Richard Gere, per una volta cornuto e mazziato
- i "topoi" del regista: dettagli di frutta o verdura a tranci, ascensori cigolanti di quelli a losanghe di ferro, fumi e nebbia ovunque, metafore spicciole (la bicicletta del bambino gettata a terra dal vento durante i titoli di testa), le citazioni d'autore (qui si scomoda Jacques Tati), l'importanza narrativa degli agenti atmosferici.
E gia', perche' Adrian Lyne e' cosi', contradditorio e, forse anche per questo, seduttivo. Uno dei pochi registi capaci di trasformare in film un aneddoto da bar mantenendo comunque fluida la narrazione. Puo' non piacere, le immagini patinate possono risultare un'ingannevole trappola che trattiene il vuoto, ma bisogna riconoscere il suo talento per la costruzione delle scene e per la provocazione, spesso gratuita ma, a ben vedere, in grado anche di raccontare alcuni chiaroscuri dell'animo umano. Il suo unico film equilibrato risulta "Allucinazione perversa", forse uno dei migliori lungometraggi sul Vietnam, teso ed agghiacciante, che ha avuto nelle sale vita breve e difficile. Con "Unfaithful" siamo su altri livelli, ma il film, nonostante il tema usurato, mantiene una certa tensione e non scade in un finale edificante. Anzi, lascia piu' di un dubbio sul futuro della perfetta famiglia americana. Davvero bella e in parte Diane Lane.

Dopo Lolita, un altro remake per Adrian Lyne, vale a dire Stephane, una Moglie Infedele di Claude Chabrol. È molto lontano dall’originale che sbertucciava la borghesia ed era gelido/spietato per quanto il presente è passionale e indulgente: per Lyne, i protagonisti sono entrambi vittime, per Chabrol erano tutti colpevoli. Lyne relega le note sull’ipocrisia borghese ai commenti delle amiche, fra chi ruberebbe l’amante spalancando le gambe e chi redarguisce sulla pericolosità della relazione extraconiugale già testata. Il regista inglese, in ogni sua opera, ha raccontato la dissoluzione della coppia e la crisi del maschio, sempre in precario equilibrio tra morbosità e neo-moralismo: in un territorio prettamente hollywoodiano, mostra da subito una marcia in più per la cura del dettaglio, l’eleganza figurativa e il passo malinconico cullato dalla musica per piano di Jan Kaczmarek. Peccato che siano spezie sul tofu, anche perché, affidandosi ad una sceneggiatura co-firmata da Alvin Sargent, esperto di quadri intimi al femminile e mai sensazionalistici, dà vita a uno strappo che genera noia, con tanto rumore per nulla, ovvero tante sensazioni evocate senza nome, testo, tesi, pensiero che non sia quello, banale ed esangue, di una donna che vive un storia sessuale giocosa, libera e licenziosa, mettendo le corna al marito in un ribaltamento dei ruoli secondo vulgata (con il marito che, pur sospettando, permane premuroso e “civile” anche con il contendente). Di convincente ci sono la buffa figura del bambino di Erik Per Sullivan, la poesia della scena in treno in cui lei ripensa all’incontro tremante e turbata, il dettaglio per cui la gelosia che porta al raptus omicida è dettata dall’intimità violata e non dal tradimento carnale e tutte le evoluzioni sexy-perverse, finanche sadomaso, dell’amour fou carnale e peccaminoso, batterico prima che psicologico e spirituale, sempre più eccitante nell’odio reciproco e nell’amore tossico. La parte finale si dilunga oltremodo, dalla serenità della menzogna condivisa poi rivelata, fino alla restaurazione della coppia ideologicamente confusa, dettata più dai violini che dalla ratio della vicenda: tutto, infatti, si chiude in stallo, non sapendo dove andare, privo della necessaria ambiguità e complessità eppure, a suo modo, figlio di uno sguardo personale.   

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