TRAMA
Tirapiedi di un criminale, Larry Gigli ha il compito di rapire un ragazzo con deficit mentali: il boss lo costringe a lavorare con una donna di cui s’innamora. Ma lei è lesbica.
RECENSIONI
La pellicola che ha decretato la fine della rinomata carriera da regista di Martin Brest, ritiratosi per sempre dal cinema per l’accoglienza disastrosa: fra le uscite delle major con star, quest’opera è fra le più vilipese, unanimemente, da critica e pubblico. Andando controcorrente e tenendo conto che l’autore ha ammesso, pentendosene, di essere sceso a compromessi con la produzione fra tagli di momenti chiave, nuovo montaggio e scene aggiuntive, resta visibile quanto Brest (sceneggiatore e produttore) non faccia che giustapporre un ulteriore tassello del suo tipico cinema, animato da commedie buddy-buddy criminali, di cui l’esempio più pregevole resta Prima di Mezzanotte, e/o da commedie sentimentali con patemi coinvolgenti (Vi Presento Joe Black). In questo caso, unisce le due “correnti” citate, aggiungendo un ingrediente azzardato, che ha certamente contribuito all’insuccesso, ma che, col senno di poi, cavalca solo una moda inaugurata dai fratelli Farrelly, quella che tentava di inoculare spunti beceri e argomenti sessuali “fluidi”, senza perdere la componente sentimentale. Un ingrediente che costituisce anche l’aspetto più originale del film, perché la classica battaglia fra i sessi si sposta su disquisizioni, senza peli sulla lingua, sulle differenze fra amore etero e omosessuale (elemento inedito: lei stimola la “parte femminile” del macho per adattarlo alla propria omosessualità). Si rischia il ridicolo ma non dispiace la descrizione di quest’amore “estremo”, per quanto tutto resti in una superficie glamour. Sulla carta, tutto dovrebbe funzionare: ci sono la carineria da Rain Man (Justin Bartha, penalizzato dal doppiaggio italiano), la competizione professionale fra donna sicario e macho tracotante, le idee di scrittura che hanno fatto la fortuna dei film di Brest (dal come guardarsi le unghie al tormentone “Baywatch”). I problemi dell’opera sono altrove, evidenti ma non così insostenibili: l’imposizione della produzione, che ha trasformato la commedia d’azione in commedia sentimentale (per sfruttare la relazione d’amore, finita sui tabloid, dei due protagonisti); la poco furba scelta di Affleck e Lopez (anche per il loro cachet, che ha contribuito al flop nei costi/ricavi), non due mostri di recitazione, eppure costretti a portare sulle spalle il peso dell’intera pellicola, oltremodo confinata fra le quattro pareti di un appartamento; la scrittura spesso floscia, a dimostrarlo le parti poco incisive affidate a due gigioni del calibro di Al Pacino e Christopher Walken; diversi passaggi senza senso compiuto, ad esempio il modo in cui il personaggio di Pacino si convince a lasciare in vita i due protagonisti o la telefonata finale al procuratore. Ma Brest c’è, si vede, e non meritava tutto questo.

