TRAMA
Il mimo della compagnia teatrale dei funamboli s’innamora perdutamente di una donna che non lo ricambia allo stesso modo. Per quest’ultima c’è la fila: un nobile, un ladro e assassino, un attore comico.
RECENSIONI
La grande ambizione, raggiunta, di Marcel Carné e Jacques Prévert (sceneggiatore) era quella di comporre un frizzante e romantico affresco corale dove la vita si rispecchiasse nella pantomima, il realismo sfumasse nel fantastico (sognare e vivere sono la stessa cosa) e il vaudeville nella tragedia (c’è poca differenza, dice uno dei personaggi) per mettere in scena (da cui il sipario sulla mascherina in apertura e chiusura) una rappresentazione sinergica della vita stessa, della sua essenza e sostanza, attraverso l’Arte (che è ancora “rappresentazione” di vita), che è amore e dolore. Per questo la narrazione si concentra sui cuori infranti, le pene d’amore (melodrammi alla Feyder). Sotto la patina gaia del gioco “recitativo”, della messa in scena pittorica, raffinata ma anche barocca per numero di personaggi e accadimenti, del ritmo veloce, delle scene di massa con migliaia di comparse per le strade di Parigi, gli autori (in linea con il pessimismo delle collaborazioni precedenti) trovano il dolore, il male di vivere orchestrato geometricamente (Prévert lo sottolinea con il meccanismo delle marcate contrapposizioni nei personaggi: il gradasso comico e il discreto mimo, la dolce innamorata e la donna fatale, l’idealista e l’uomo pratico) da un destino crudele che fa innamorare le persone sbagliate o le allontana, magari ridendo sotto i baffi come nel finale in cui, di nuovo ed emblematicamente, alla gioia del carnevale parigino corrisponde un grido di disperazione fra la folla. Gli autori riescono a creare una dimensione fatata che non perde il contatto tormentato con la realtà dell’esistenza. Mai una fiaba è stata così tridimensionale, raramente si è riusciti a tenere le fila, al cinema, di arabeschi e miriadi di personaggi in un mosaico di 204 minuti (il film ebbe due anni di lavorazione e uscì in due parti - nel 1943 Il Boulevard Del Delitto, nel 1945 L’uomo In Bianco - poi accorpate, anche in versione ridotta), senza perdere un colpo, cambiando spesso registro, fermando su pellicola i vari stati emozionali (gioia/dolore) di cui è composta l’esistenza, a volte in soggettiva, a seconda del carattere protagonista in quel momento (il galantuomo, il mattacchione, l’innamorato mesto). La magia è resa possibile anche grazie agli splendidi dialoghi poetici di Prévert, a volte stucchevoli nel sentimentalismo ma anche capaci di motti sapienti (“La gelosia è di ogni uomo se le donne non sono di nessuno”), degni di uno Shakespeare più volte citato, teatrali a vario titolo, perché tutta l’opera è un omaggio agli artisti funambolici e del grand guignol (c’è anche una sottotraccia gialla, poliziesca), alla Parigi del Boulevard du Crime, al mimo ottocentesco Baptiste Deburau. Personaggi memorabili: il mimo alieno e androgino di Jean-Louis Barrault, la donna fascinosa e letale di Arletty, protagonista di un semi-spogliarello audace per i tempi, il mattacchione di Pierre Brasseur che regala le scene più divertenti (l’improvvisazione alla pantomima, le schermaglie a suon di galanteria con il conte), i due ladri simil gatto e la volpe di Collodi. Tutti sembrano lì per proporre un dilemma morale-sentimentale: è meglio e giusto stare con la moglie adorabile o fuggire per amore con l’amante? Carné inietta anche il suo populismo, gratificando gli astanti ignoranti e poveri del “Paradiso” (il loggione, lontano dal palco e in alto, alla portata dei pochi soldi degli studenti).

