TRAMA
Texas, 1979: nel porto di Alamo, dedito alla pesca di gamberi, s’insinua un malcontento razzistico nei confronti dei nuovi immigrati vietnamiti, che cercano d’integrarsi e tolgono loro il lavoro.
RECENSIONI
Prima di andarsene dagli Stati Uniti, Louis Malle dà un ultimo morso al paese che lo ospita: un titolo, una città (come Atlantic City, USA) e un tema di impegno civile colto da un fatto di cronaca. Ciò che consegue con temi importanti, con una forma inappuntabile e con soggetti intriganti, Malle a volte lo perde con uno stile troppo freddo, distaccato, esangue. In questo caso, ad esempio, probabilmente avrebbe dovuto adottare anche le soggettive e i punti di vista dei vietnamiti, anziché esaurire il suo sguardo in quello dei “bianchi”, senza approfondimento psicologico sulla controparte, schizzata come entità aliena. Preferisce soffermarsi, inoltre, sulla descrizione di traumi finanziari e trame amorose: non raffigura il dolore degli stranieri ma quello del personaggio di Amy Madigan e lo stesso finale sembra più una resa dei conti fra amanti che un atto d’accusa. Fanno parte del suo stile quei passaggi “a vuoto” (secondo i canoni della scuola statunitense) perseguiti per creare la giusta atmosfera: le lunghe riprese sulle danze e sui modi della pesca, ad esempio, possono immergere lo sguardo nel luogo ritratto ma, in questo caso, sono più che mai dispersivi nei confronti di un racconto che perde impatto. Il suo sguardo, comunque, non manca di tocchi di classe figurativi (la barca a rimorchio, lo sdoppiamento dei visi di Amy Madigan e del vietnamita) e di scrittura (quando si asserisce che lo straniero è più texano dei texani, rimarcandone il coraggio e toccando sul vivo l’orgoglio del paese) ma non c’è sorpresa né nello studio dei caratteri, né in quello della tematica dell’intolleranza, né nelle direzioni dello svolgimento.

