Drammatico, Focus, Prime Video, Psicologico, Recensione, Thriller

AFTER THE HUNT

Titolo OriginaleAfter The Hunt
NazioneU.S.A., Italia
Anno Produzione2024
Durata139'
Sceneggiatura
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Una docente universitaria si ritrova a un bivio personale e professionale quando una studentessa muove un’accusa contro un suo collega, e un oscuro segreto del suo passato minaccia di uscire allo scoperto.

RECENSIONI

C’è un film di qualche anno fa – 2012, ben prima dello spartiacque rappresentato dal Me Too e dalle riflessioni contigue e connesse – che metteva al centro la vicenda di un maestro accusato di un reato tra i più turpi: quello di aver abusato di una bambina. Si tratta de Il sospetto di Thomas Vinterberg. Il regista danese mostrava naturalmente di aver bene introiettato – e di tenere ancora a mente – i precetti del Dogma, ma anche di ritenersi abbastanza maturo da poter rinunciare al “voto di castità” e alle sue gabbie formali, in virtù di una maggiore libertà espressivo-emotiva. Questa scelta permetteva in ultima istanza una messa in scena meno rigida rispetto a Festen, ma che al contempo guadagnava in intensità drammatica, specialmente grazie alla performance di Mads Mikkelsen, capace di incarnare con un realismo viscerale, mai patetico, il dramma del capro espiatorio schiacciato dall’isteria della collettività molto poco innocente (anche dalla nostra, eh, perché ok che sapevamo di più di quello che sapevano i personaggi in scena, ma... e se poi invece?). Il maestro veniva infine scagionato dall’infamante accusa di pedofilia, ma questo bastava (poteva bastare)?
No, certo che no, perché si trattava di una battuta di caccia il cui finale – il cervo è stato colpito? Ora, dunque, siamo salvi? – avrebbe dovuto lasciarci quantomeno inquieti, come individui e come società. Dal momento che il cacciatore/i cacciatori, in questo caso da identificare su un piano del simbolo socio-antropologico, privilegia/no sempre, o quasi, il richiamo del sangue rispetto alla ricerca di uno scampolo di verità. Siamo allora sicuri di essere salvi?
Non so se Luca Guadagnino, oltre a un più esplicito Allen, abbia pensato anche a questa storia, ragionando con la sceneggiatrice, Nora Garrett, su After the Hunt: non mi sorprenderebbe. Siamo un attimo dopo uno sparo (e non lo sparo), ma è come se il rimbombo potesse durare per sempre (di fatto, è proprio così). Vale qualcosa di analogo per un’opera, più recente, datata 2023, come As Bestas, di Sorogoyen, altro brandello di ispirazione putativa: in un contesto rurale, che non è la cattività altoborghese, ma per scherzo gli assomiglia, rimane il retrogusto di una fine che oltrepassa e si de-congiunge da quella della vicenda narrata; si configura più propriamente, in assenza di un orizzonte ideologico strutturato, di un telos già scritto, un’incredulità verso le metanarrazioni, ossia i grandi racconti fondativi ed emancipatori, per dirla alla Lyotard («En simplifiant à l’extrême, on tient pour “postmoderne” l’incrédulité à l’égard des métarécits.»). Per chi guarda è una bella sfida, perché costringe a creare mattoni gnoseologici senza l’appiglio della platonica anamnesi.

E comunque, e ancora una volta: quid est veritas? Ecco, appunto. Mai una domanda è risuonata più roboante nell’epoca della cosiddetta post-verità: decine di lavori cinematografico-letterari che si interrogano su questo ne sono l’ovvia conferma. Ma oltre al dato astratto, c’è quello più prettamente contingente. In una lezione di filosofia, tenuta da Alma (Julia Roberts, con un look a metà strada tra la Kim Basinger di L.A. Confidential e Veronica Lake) – anima, come pure madre nutrice, nella forma dell’alma mater – si nomina non a caso Michel Foucault. Ed è anche per questa ragione che le suggestioni mi hanno portato ad avvicinare opere che sembrano distantissime per scelte compositive e poetica complessiva dei loro autori.
Guadagnino, a suo agio nell’upper class, che infatti sceglie anche questa volta quale scenario, sulla scia di Vinterberg e Sorogoyen, immagina una specie di micro-panopticon comunitario – in questo caso la comunità è quella paludata degli atenei statunitensi – persino attraverso i movimenti della macchina da presa che sovente vanno a cingere i protagonisti e gli spazi; creano cioè quella circolarità del sorvegliante in-visibile, propria della trattazione foucaultiana. Persino la trama, dopotutto, si basa su una esiziale circolarità che collega passato e presente – verità, mezze verità, menzogne che sono più o meno tali, in base alla prospettiva dalla quale le osservi/le narri/le pretendi narrate – maestri, anche ironicamente tali, e allievi.
La citazione di Foucault riverbera altro, alla luce dei temi che After the Hunt – Dopo la caccia tenta di esplorare, facendolo in un modo che reputo intellettualmente onesto e moralmente non claudicante, nonostante l’utilizzo di un espediente, quasi da deus ex machina (il fortuito, improbabile ritrovamento del dossier di Alma da parte di Maggie). In Foucault, il sapere non è mai neutro: è sempre intrinsecamente legato al potere (e al potere di classe). Chi ha il potere di definire cosa è vero, cosa è credibile, cosa merita attenzione pubblica? E, nel caso specifico della relazione conflittuale tra Alma e Maggie, dopo che la ragazza ha accusato Hank: l’omissione potrebbe sembrare una forma di complicità, una questione di equilibri che si riflettono in posizioni non scontate di privilegio, tra potere e sapere. A meno che non ci sia dietro un trauma, ovvero una paralisi traumatica…
La cesura del Me Too ha operato in questo senso, si potrebbe dire, un sovvertimento epistemico. Pertanto il film si interroga, e ci interroga, lasciando invero più domande che risposte granitiche (e ciò è un bene): “Believe women” non solo come un imperativo morale, piuttosto l’embrione di una ridefinizione delle gerarchie della credibilità giuridica e soprattutto etico-filosofica. Chi ha il diritto di essere creduto? Su quali basi?
Ma se Luca Guadagnino in questi anni ha conseguito una cifra di riconoscibilità, questa riguarda la sua attitudine nello stringere il fuoco da una condizione generale, facilmente riconoscibile, all’intimità del singolo individuo; quella realtà piccola e gigantesca insieme che si può intuire per empatia, ma che riguarda lui, proprio lui e non un soggetto-tipo. Così era per i patemi di cuore di Elio (Chiamami col tuo nome) come pure per l’adolescenza cannibale di Maren e Lee (Bones and All)… o dei tennisti di Challengers. Per non parlare dell’attribuzione esplicita di Io sono l’amore, primo suo lavoro a vocazione internazionale.

Proprio su questo crinale tra politico e personale (una dimensione privata che è anche, dato il contesto, reputazionale), il film costruisce la sua complessità. In un simposio tra studenti, sulle prime battute di After the Hunt, sentiamo dire qualcosa che suona come: “senza crogiolarsi nella miopia, Kierkegaard sostiene che…”. Al che una studentessa interrompe il ragionamento: “Sì, ma in un certo senso, non è implicito che sia meglio concentrarsi su sé stessi?”. La questione kierkegaardiana della soggettività – se la verità è soggettiva, quando il soggettivo diventa fuga dal vero? – si incarna nella vicenda della stessa Alma, vittima e carnefice; Alma, vittima/carnefice due volte. E pure in Hank, con quel suo racconto del “vero” che si convoglia nello sguardo in macchina: una confessione auto-assolutoria – un Macbeth nella nebbia, direbbero Le luci della centrale elettrica – allo specchio e soprattutto allo spettatore, la cui connivenza brama; il bisogno dell’altro narrante, come nel paradosso di Ulisse del quale la classe di filosofia discute. La stessa Maggie non ne è esente, ripresa in una disamina performativa dei fatti che tuttavia non le è sufficiente: è l’aedo-Alma a dover vagliare e ri-raccontare la sua storia.
«Così accade appunto a Ulisse presso i Feaci. Il quale piange perché acquista piena nozione del significato del racconto. Ma che cosa precisamente il racconto significa? Né l’azione stessa né l’agente, ci suggerisce ancora Hannah Arendt, bensì la storia che l’agente, nel suo agire, si è lasciato dietro: ossia la sua storia di vita.» (In Adriana Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, Feltrinelli Editore, Milano, 1997).
Da questo punto di vista, il marito/psichiatra potrebbe figurare quale linea di demarcazione morale e mnestica. Osservatore più che agente, mai completamente assimilabile – la musica “a palla” che entra ed esce, soffocando il racconto – eppure presenza che esercita una funzione di controllo sull’Io, modulandone la coscienza, tanto da essere appellato come “uno stronzo” da chi è poco incline all’(auto)analisi.
Dopo la caccia si chiude con la restaurazione dell’ordine borghese, ma sembra, a ben vedere, una stasi apparente ed esteriore. Giacché, come voleva Kierkegaard, la verità soggettiva non si dà per accumulo di prove, ma nell’abisso della coscienza individuale. E in quel dirupo – dove vendetta, trauma somatizzato, senso di colpa, memoria, invidia sociale, non-detti si confondono – Guadagnino ci costringe, e costringe i suoi irrisolti, umanamente rarefatti, verbosi personaggi, a sostare, almeno per un po’.
Intendiamoci: non siamo di fronte al cinema di Buñuel e non è lecito attendersi deflagrazioni di sorta. L’andamento appare placido e contratto allo stesso tempo, come l’interpretazione di Julia Roberts, come un grilletto che è appena stato tirato, ma non per l’ultima volta: il rimbombo dello sparo, dopo la caccia, non si estingue e non consola…

Another Woman

I titoli di testa del film di Guadagnino citano dichiaratamente (il fondo nero, il font, la scansione delle categorie, la musica in sottofondo - A child is born, un jazz standard nella versione cantata da Tony Bennett) quelli dei film di Woody Allen a suggerire che, ancora una volta, il regista si muove in un ambito di sublimata rimodellazione di un luogo cinematografico preciso (come già scrivevo per Challengers). E il lungo dialogo iniziale, che tara il tono del film, ci dice di ambiente intellettuale, nicchia culturale ben connotata, personaggi consapevoli che snocciolano «paroloni come gnoseologia», tanto per citare il Maestro. Ed è chiaro che la scelta del Parametro Allen nasce dalla volontà di evocare la narrazione pubblica del regista newyorkese, quale personaggio coinvolto nel dibattito seguito all’esplosione del movimento #metoo, in un sottile gioco di rifrazioni tra forma e sostanza, temi e stile.
Rimanendo al Woody Allen regista, il riferimento principale di After The Hunt è Un’altra donna: Alma (Julia Roberts) è una professoressa di filosofia, come la Marion Post del film di Allen, una persona rigidamente controllata e incapace di guardare davvero dentro di sé. Come il personaggio interpretato da Gena Rowlands, poi, ha affittato un appartamento allo scopo esclusivo di lavorarci ed evitare distrazioni. Entrambi i personaggi vivono una sorta di scongelamento emotivo quando un evento imprevisto, innescato da un’altra donna, fa crollare l’immagine che avevano costruito a proprio e altrui beneficio. Nella rimodulazione del parametro che opera Guadagnino, se lo psicanalista diventa il marito della protagonista, l’altra donna nella quale si rispecchia e rimedita su se stessa è la sua studentessa: l’accusa di violenza che la sua allieva Maggie muove all’assistente-amico Hank la costringe a confrontarsi con un suo trauma. In entrambi i film dunque, il passato è un fantasma psichico che ristruttura il presente, il vero motore del percorso di consapevolezza della protagonista, anche se viene invertito l'evento intrusivo: mentre nel film di Allen è Marion che si rispecchia nelle esperienze dell'altra donna raccontate all'analista (operante nella camera contigua e da lei origliate), in After The Hunt è l’allieva che scopre casualmente il passato della protagonista, lo indaga e (forse) ne approfitta. Sia per Marion che per Alma, poi, il matrimonio rappresenta una stabilità di facciata, dove il marito ha abdicato di fatto al suo ruolo, un ménage in cui l’intellettualizzazione è un rifugio, ma anche concausa dello stallo esistenziale. In generale entrambe le protagoniste, attraverso i rapporti con i personaggi che gravitano loro intorno, vivono una sorta di processo informale della loro vita emotiva e si confrontano con la discrepanza tra ciò che professano pubblicamente e ciò che sono. In un certo senso anche i finali rimano, suggerendo non tanto una soluzione del conflitto interno, quanto la lucida accettazione della propria complessità.


Quello di Un’altra donna è sempre di più un modello che viene citato nel cinema contemporaneo: lo stesso Guadagnino lo aveva già frequentato (The Staggering Girl, il fashion movie girato per Valentino con Julianne Moore era ancora più esplicito in tal senso) ed è imminente l’uscita di Vita privata di Rebecca Zlotowski, altro compendio alleniano che, tra gli altri, si ispira a quel film (anche il sopravvalutato romanzo di Chiara Valerio Chi dice e chi tace rimanda a quel modello).
Che poi, a dirla tutta, Un’altra donna (lo scrivevo qui) è a sua volta una rimeditazione di standard bergmaniani da Il posto delle fragole a, soprattutto, Persona. E come si chiamava il personaggio di Bibi Andersson del film di Bergman? Alma. Come la Julia Roberts di After The Hunt con la quale Guadagnino chiude un cerchio.

Yale. Gruppo di docenti in un interno. Fiumi di parole scorrono e testimoniano lo spirito liberal delle élite americane. Riflessioni sul tempo (e l’essere) di kierkegaardiana ispirazione, sull’espropriazione dell’io nell’Ulisse di Adorno, sulle radici dell’Illuminismo, sui generi e la rappresentazione di essi nello scenario politico e culturale che precede la seconda era trumpiana. Accolto, erroneamente, come il film anti MeToo, e quindi reazionario, After the Hunt - Dopo la caccia di Luca Guadagnino è in verità una profonda e spietata meditazione sull’imprendibilità, inaccessibilità, inesplicabilità della verità e sulla mappatura delle sue zone grigie e intermedie, dove bianco e nero si incontrano, sovrapponendosi e dominandosi a vicenda. Alma (Julia Roberts), docente brillante di estetica, nasconde un segreto legato al suo passato. Maggie (Ayo Edibiri), dottoranda sotto la sua ala protettiva, una sera, dopo essere stata accompagnata a casa da Hank (Andrew Garfield), assistente di filosofia nonché amico di Alma, le confida di essere stata da lui sessualmente molestata. Chi mente? Chi dice il vero? A chi credere? Come agire? Tutti i personaggi sono pieni di ombre e chiaroscuri, potenzialmente colpevoli e innocenti allo stesso tempo. Guadagnino non assolve né accusa. Usa l’ambiguità, e mai la faziosità, come un grimaldello per forzare varchi ideologicamente stagnanti e provocare reazioni intellettuali e filosofiche più che emotive o epidermiche. Film di parola e di duelli verbali. Dove si intrecciano le intersezionalità: lotta di classe, scontro generazionale, razzismo, sessismo, linguistica queer, abuso di potere. Fino a che punto, a quale prezzo, siamo disposti a difendere, e quanto a barattare, la nostra etica e i nostri ideali in nome dell’opportunismo e dello status quo? Doppiezza e conformismo sembrano essere i volti del successo e del privilegio. Cosa è, dunque, la verità? Come si determina? Cosa la origina? Quante verità possibili e potenziali possono coesistere nello stesso momento? After the Hunt è coraggioso, urticante, fosco, mai declamatorio e tesissimo. Hitchcock e Allen apertamente citati. Il lento ticchettio di un orologio che sovente scandisce la narrazione determina il tempo che sta per scadere, nonché lo svelamento delle maschere, dal quale non ci si può sottrarre. Nel film abbondano gli specchi, che non sono solo elementi d’arredo, ma superfici riflettenti che deformano e restituiscono la doppiezza e le molteplici sfaccettature delle psicologie. La regia tesa di Guadagnino, giocata sui codici del thriller, evita le trappole della ridondanza, pur durando 140 minuti. E realizza un’opera stratificata e seduttiva. Le parole, che sono tante e serrate, affilate come aghi, sono di volta in volata sentenze, arringhe, verdetti. Alla fine tutti i protagonisti saggeranno il prezzo della perdita e della sconfitta.

Spietati - Recensioni e Novità sui Film