Drammatico, Recensione

ADUA E LE COMPAGNE

TRAMA

Dopo la chiusura dei bordelli decretata dalla legge Merlin, quattro “signorine” decidono di aprire un ristorante che faccia da paravento al proseguimento della loro attività.

RECENSIONI

 

Si celebrano i funerali della femmina di piacere, schiava reclusa nella sua cella pacchiana, ma è solo una farsa macabra: lo sfruttamento del corpo e dell'animo femminile, seppur costretto a bucolici e più tortuosi sentieri, prosegue indisturbato. L'illusione di un cambiamento dura poche settimane, il tempo di abituarsi a una nuova (im)possibile vita: la sete di denaro e l'ipocrisia degli uomini ridurranno in cocci i sogni delle protagoniste. I punti deboli del film sono l'eccessiva linearità dei caratteri e la simmetria troppo accentuata dell'intreccio: se può essere interessante la scelta di rendere Adua, Lolita, Marilina e Milly con i tratti consapevolmente stereotipati di figure da bordello (la donna forte, l'oca giuliva, la bella scontrosa e la brava ragazza), la ripartizione delle sventure sentimentali (compagni incostanti e venali, figli ritrovati e fidanzati perduti) suona meccanica e il trattamento drammaturgico decisamente prevedibile, trovando solo nel confronto prefinale con il laido magnaccia accenti perturbanti, benché viziati da una vena d'insistita platealità. A conquistare, come spesso in Pietrangeli (vedi Fantasmi a Roma, realizzato nello stesso anno di Adua), è il dettaglio rivelatore (lo sfuggente accostamento che scioglie - o no? - il mistero sulle origini di Carletto), la cura minuziosa con cui il regista tratteggia un mondo di trasparenze mendaci e cornici soffocanti, il cui carattere in apparenza decorativo risponde sempre a precise esigenze espressive (la sequenza della contrattazione con il protettore, aperta dalla disinvolta goffaggine di Lolita e chiusa dalla calma desolazione di Adua), i segni inquietanti che punteggiano la messinscena (il vaso e i pulcini che ossessionano Marilina, la proposta di matrimonio incompiuta come l'edificio in cui ha luogo). Ottima la prova delle attrici (Milo su tutte), meno brillante quella di un Mastroianni alle prese con una slavata macchietta.

A due anni da Nata di Marzo, Antonio Pietrangeli si presenta con un cinema in parte rinnovato, in parte già dato: soprattutto, abolisce l’umorismo macchiettistico da commedia all’italiana di genere, optando per un’ironia più delicata, finanche affettuosa. È come se riuscisse, qui, a compendiare in un oggetto nuovo le radici neorealistiche, letterarie e rosa: un’opera che si staglia dalla produzione media italiana ed individua una poetica originale che sarà portata a totale compimento con La Visita. Sempre dalla parte del mondo femminile, come mai nel Belpaese (Lattuada escluso), ritrae a tutto tondo quattro donne “del mestiere” che, una volta a contatto con una vita “normale”, fatta di matrimonio, lavoro “onesto”, amore e figli, non vorrebbero più tornare indietro. Ma gli uomini sono mascalzoni (terribile il “venditore” di Marcello Mastroianni), la società non dimentica e le bolla, macchiandole per sempre in un mondo ostile che è tutto maschile: degli uomini l’ipocrisia, sia comportamentale (donne usate con piacere e poi denigrate in pubblico) che istituzionale, giuridica, nel momento in cui la legge Merlin non ha veramente “cancellato” gli schedari delle prostitute e le ha gettate, volenti o nolenti, per la strada. Impietoso verso il proprio sesso, lo sguardo di Pietrangeli trova serenità e sincerità solo nel femminino (come fra le “serve” di Il Sole negli Occhi): fra tenerezza, amarezza e rammarico, l’autore è anche audace negli accenni alle perversioni sessuali (Mastroianni che ricerca la figura materna, la coppia americana che ingaggia la prostituta “matta”, gli sguardi vogliosi delle “compagne” nei confronti del meccanico), fa immancabilmente pensare a Fellini (per Sandra Milo, per il bordello e la sua gioiosità: il collegamento fra i due registi non è casuale, vedere Fantasmi a Roma) e pecca, qua e là, di un ritmo dispersivo, come se i legamenti non avessero un tendine. Spot occulti per il quotidiano Il Tempo e per Coca-Cola, con gentile partecipazione (canora) di Domenico Modugno.

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