
TRAMA
Edward è un giovane aspirante attore affetto da neurofibromatosi di tipo 1, una malattia che provoca la crescita di tumori non cancerosi sul tessuto nervoso. Le deformità al volto lo hanno reso timido e solitario, ma la situazione cambia quando la drammaturga Ingrid si trasferisce nell’appartamento accanto al suo e i due fanno amicizia. Dopo aver partecipato a sperimentazioni mediche, Edward guarisce dalla malattia e può vantare un aspetto attraente.
RECENSIONI
A different man, un uomo diverso; o meglio, un uomo diverso che vorrebbe essere diverso. Non una constatazione immobile, ma un processo in divenire: perché la diversità del titolo non si riferisce solo alla pesante malformazione fisica che affligge il volto di Edward, ma è anche un’aspirazione, un desiderio. E quindi la possibilità o meno di essere altro rispetto a quello che si è. Cambiare, mutare, trasformarsi; oppure al contrario restare fermi, trovando il modo di accettare ciò che è, consapevoli che «All unhappiness in life comes from not accepting what is».
È su questa tensione esistenziale che si muove il nuovo film di Aaron Schimberg, che dopo Chained for Life (2019) torna a riflettere sui temi della deformità, della sua rappresentazione e del suo rapporto con la società odierna, con uno sguardo estremamente personale (lo stesso Schimberg è affetto da labbro leporino) e attento al contemporaneo. Tuttavia, se il film precedente nella sua dimensione metalinguistica aveva evidenti intenzioni enunciative (il set cinematografico, lo sguardo europeo, l’attenzione alla questione della rappresentazione, la fascinazione per il cinema di genere, la relazione tra un’attrice e un uomo con una malformazione, i Freaks di Tod Browning citati direttamente dal mantra «One of us»…), qui l’autore trova nei suoi personaggi e nella sorprendente articolazione narrativa quella calda umanità capace di liberare il film dalle maglie del discorso meramente intellettuale (che pure persiste) per farsi finalmente riflessione universale. L’assunto è tanto semplice quanto geniale: la deformità come maschera dell’orrore che ci perseguita (finanche nell’atto sessuale), trucco prostetico dal quale è impossibile liberarsi del tutto. Perché l’operazione fantascientifica che trasforma Edward in Guy (nomen omen) sembra infatti generarne un doppelgänger, una copia possibile che ha invece accettato ciò che è, una sua versione alternativa e autentica (e felice), esplicitata anche da una puntuale scelta di casting: non più Sebastian Stan, volto da ordinary man celato sotto un trucco tale da renderlo irriconoscibile e different, ma Adam Pearson, attore realmente affetto da neurofibromatosi e quindi different man a tutti gli effetti, fuori e dentro lo schermo, capace nonostante questo di vivere la vita che Edward avrebbe sempre voluto e che nemmeno la mutazione gli ha consentito di avere. La visione - riassunta in quel definitivo «Oh my old friend, you haven’t changed a bit» detto da Oswald in un fuori campo che ne accentua la dimensione riflessiva e allucinata - è pessimista; non c’è alcuna possibilità di cambiamento, si è quel che si è fino alla morte, e accettarlo è il solo modo per provare ad essere felici.
Incubo urbano girato in un gelido 16mm, dramma indie con incursioni orrorifiche marcate da soluzioni stilistiche che appartengono fieramente al b-movie, ma soprattutto, come si diceva, un film dallo sguardo umanista e universale, che nella sua cupezza chiama esplicitamente in causa la fiaba (La bella e la bestia) e che ancora è capace di essere cinefilo senza essere citazionista, di far dialogare immagini che nel loro implicito rimandare a qualcos’altro non perdono mai la loro unicità e il loro attaccamento alla contemporaneità. Perché se è vero che in A Different Man convivono la mutazione e la pietà cronenberghiane de La mosca (perfino nel bellissimo tema musicale di Umberto Smerilli riecheggiano alcune delle atmosfere orchestrate dalle riconoscibilissime musiche di Howard Shore per l’autore canadese), la mise en abyme e il perturbante di Charlie Kaufman, le inquietudini e gli spazi terrificanti del Polanski di Repulsion e de L’inquilino del terzo piano e dei fratelli Coen di Barton Fink, fino ovviamente all’empatia del Lynch di The Elephant Man, è altrettanto vero che tali riferimenti non vanno mai ad appesantire una visione che rimane estremamente centrata e magnificamente architettata, anche quando la narrazione prende svolte sorprendenti e inaspettate. Certo i limiti sono quelli del film dimostrativo e scopertamente a tesi; i pregi però, quelli di un autore capace di sostenere e scandagliare tali tesi, dando loro il giusto respiro e nascondendo abilmente la costruzione sotto il trucco e le maschere del cinema.

