TRAMA
Un gruppo di terroristi coreani assalta la Casa Bianca e prende in ostaggio il Presidente. All’interno dell’edificio in fiamme si trova Mike Benning, un’ex guardia pronta a fare l’impossibile pur di ripristinare la normalità.
RECENSIONI
Basterebbero quei due primi piani di Mike Benning che prevaricano il Presidente degli Stati Uniti per comprendere quanto Olympus has fallen si presti a giocattolo di demenziale conciliazione. Sullo sfondo di un Camp David sferzato dal rigido Inverno con le sue bandiere stelle e strisce ombrose, relegate in controluce, un intero Paese può rispecchiarsi nel rassicurante volto del suo eroe e non in quello del suo leader, così fragile, così pieno di rancore, così ansioso di aggredire, ma inadatto a difendersi. Eccoci servita l’ennesima psicosi, il terror(ismo) collettivo pronto a rivendicare la sua insicurezza e a portare fino all’estremo lo spettro di un nuovo attacco tra le quattro mura di casa. E che attacco, un vero e proprio scenario di guerra tra il disaster movie e l’alien invasion, nell’assalto di una Casa Bianca che si presta a scenario catartico di una retorica troppo esagerata per risultare credibile. Nel più tipico manicheismo di certo cinema anni 80’, i terroristi coreani, salvo qualche accusa di comodo sulla politica imperialista, diventano il bersaglio di uno sparatutto liberatorio, lo stesso che comicamente veniva negato al figlio del Presidente. Un desiderio di educare con premura ben presto disatteso nell’affermazione del suo contrario, con la subdola arma dell’intrattenimento che vede una ex-guardia del corpo, ossessionata dalla difesa, ritrovarsi a sterminare tutto quanto si opponga alla bandiera con fare spiccio e anti istituzionale. Senza inoltrarci ulteriormente dentro un impianto ideologico che, pur nella sua esagerazione finzionale, vive di spregiudicata propaganda, Attacco al potere vacilla anche sul piano della reboante spettacolarizzazione. Portando al parossismo il suo stile enfatico e coreografico, Antoine Fuqua fallisce completamente le sequenze dell’assedio con effettacci digitali poco credibili e un discontinuo uso della violenza dove, in un numero di morti da contare con il pallottoliere, un coltello fa più danni fisici di un cannone 30 mm. E’ vero che il regista rifugge fin dalle premesse ogni tipo di realismo e trasfigura l’evento catastrofico (con la sua insistita allusione al passato) dentro un’estetica da videogioco, tra corridoi bui e passaggi segreti alla Wolf3D, ma è impossibile godere qualsiasi “maestria” action di fronte a un clima fantapolitic(izzat)o così esasperato e invadente. Consapevoli del rischio di un’abbagliante e fin troppo comprensiva sovra interpretazione, si potrebbe tranquillamente scorgere, oltrepassando una sceneggiatura grondante aforismi patriottici e semplificazioni teoriche, l’occhio pesante e ironico di Fuqua, non esitante a distaccarsi dalla sbrodolante zavorra del messaggio con l’esibita celebrazione dello stesso. Basti ricollegarsi all’invadenza metaforica della bandiera, alle scene d’isteria e fedeltà dei funzionari del governo (Melissa Leo Segretario della Difesa che scalcia e urla il suo giuramento alla Costituzione), al ringhioso Presidente (Aaron Eckhart) castrato e autoreferenziale ad libitum; un elenco inarrestabile che però non salva la baracca, non riuscendo insomma a giustificare il suo chiassoso e trionfante specchio per le allodole. Rimane un Benning defilato che attira su di sé l’ultima inquadratura del film, quasi a voler far scappare lo spettatore dal moraleggiante comizio conclusivo. Ciò non toglie che l’operazione rimanga del tutto indifendibile.

Il budget cospicuo permette esplosioni, azione copiosa e attori famosi, dando un minimo di punti a uno dei film più brutti mai realizzati, per quanto abbia avuto successo e pure dei seguiti: sul piano creativo, l’idea dell’attacco al presidente e/o alla Casa Bianca è usurata; aggiungerci anche il cuoco sulla nave che salverà tutti è la ciliegina sulla torta (Trappola in alto Mare che era figlio di Trappola di Cristallo e vari a seguire). Tutto talmente banale che, lo stesso anno, è uscito anche Sotto Assedio di Roland Emmerich, praticamente un clone (e migliore, ma ci voleva poco). Lo spunto non sarebbe il problema, conta lo svolgimento: una serie come Designated Survivor, varata tre anni dopo, nella prima stagione inscenerà qualcosa di simile in modo funzionale ed eccitante, perché dichiaratamente spesa in una dimensione ludica. In questo caso, invece, ci si prende sul serio con due sceneggiatori esordienti da bandire per sempre, con lo stesso sale in zucca di un nerd di tredici anni che inventa il soggetto per un film amatoriale del fratellino di sette. Del serioso ridicolo involontario bastino due esempi: la scena in cui il traditore dei servizi segreti si fa scoprire dall’eroe perché gli scappa il nome del cattivo coreano (un espediente che oggi troviamo solo nei cartoni animati auto-parodici per bambini) e la scena in cui il traditore si giustifica del gesto citando globalizzazione e Wall Street. Una scena che serve anche per introdurre il secondo livello di bruttezza, ancor più deprecabile, specchio della mentalità del film per cui è troppo onorevole tirare fuori i termini di ideologia e politica. Siamo di fronte, cioè, al grado zero di una formazione avuta sui tag dei social o in ambienti isolati e ortodossi per cui la patria è tutto e gli USA sono la bandiera della libertà (i cattivi in Medio Oriente, infatti, esultano quando le truppe vengono ritirate e il mondo, senza gli americani, va nel caos). I cattivi sono i brutti crudeli spietati che toccano le sacre famiglie: all’inizio, per quanto retorico, si potrebbe accettare come somatizzazione dell’11 settembre, con inverosimili ed efficaci azioni contro il cuore della nazione (anziché esaltarle, gli autori fanno involontariamente fare una figura pessima alle forze armate e ai servizi segreti). In seguito, però, il crescendo pretende anche di fornire spiegazioni, con la bandiera crivellata e la propaganda spicciola che fa soffocare nel proprio vomito.

