CARTOLINA DA CANNES 78 – PETZOLD SECONDO GROSOLI

Scrisse Goethe (era una delle citazioni preferite della prima generazione dei Cahiers du Cinéma) che “tutto ciò che nel suo genere è perfetto, deve superare il genere, diventare qualcosa di diverso, d’incomparabile”. È ciò che, più ancora che ne Il cielo brucia (ammirevole ma ancora troppo congegnato a tavolino), riesce a Christian Petzold in Miroirs no. 3. Incaponendosi più dei vari Thomas Arslan, Angela Schanelec etc. sulle geometrie spigolose e sottovuoto che hanno reso inconfondibili i film della Berlin School, Petzold supera ora la letterarietà di Transit e la scolasticità di Undine, pervenendo effettivamente a qualcosa di diverso e di incomparabile.
C’è una struttura (tipicamente, una famiglia: qui, nelle campagne non lontane da Berlino), e c’è un posto in essa che rimane vuoto (qui, quello della figlia suicida: non lo si capisce subito, ma tecnicamente non è “spoiler”). C’è poi qualcuno che, questo posto vuoto, finisce per occuparlo: Laura (Paula Beer, incomparabile pure lei), giovane della capitale coinvolta in un incidente d’auto in cui muore il fidanzato, a pochi passi dall’abitazione di quella che diventerà, per un po’, la sua famiglia adottiva.
Forse desiderosa di una vita completamente diversa dal cazzeggio con gli hipster berlinesi, non meno di quanto la famiglia desideri un rimpiazzo per la cara estinta, Laura è dall’inizio mesta, angosciata e sfuggente, fino ad essere spettrale non meno della figlia morta e sempre fuori campo. Ed è da subito Laura, decisivamente, il punto di vista da cui si dipana la narrazione. Ciò che permette a Petzold di andare al di là del suo solito cinema realizzato con righello e goniometro è appunto questo: trattare una pura astrazione, la casella vacante di un sistema fatto di pochi segni-chiave interrelati, come fosse una cosa reale.
A partire da questo decisivo slittamento, il film moltiplica le istanze in cui l’impalcatura geometrica, con la sua asciuttezza, le sue rime e le sue ripetizioni, trema, traballa, seppellendo sotto mille non detti l’illusione che la vita quotidiana possa andare avanti con i suoi rituali ossessivi come niente fosse: uno scartamento di tono (l’humour sottile che spunta tra le pieghe), un’allusione ambigua, una sospensione prolungata, una digressione che invece pare dire tutto (padre e figlio, meccanici, smontano i GPS dalle macchine: metafora calzante del togliersi il destino di dosso in cui si avventura Laura). Qua e là addirittura questa impalcatura geometrica esplode come la lavastoviglie dei protagonisti, ma senza che mai la rigorosa logica interna del racconto venga meno.
Come in un sogno – e palesemente onirica è l’apparizione della madre, impalata sul ciglio della strada, la prima volta che Laura passa di lì in auto, svariate ore prima dell’incidente. Un doppio sogno anzi: quello di Laura e quello della famiglia adottiva, due sogni ciascuno di un sognatore ben preciso che, per reciproca collisione, producono un sogno di nessuno, dunque per definizione molto più interessante e cinematografico di un congegno letterario progettato a tavolino (come molti degli ultimi film di Petzold).
Molto letteralmente, tutto avviene a lato della strada e non dentro, ma alla fine della strada ci si arriva regolarmente.

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