Drammatico, Recensione, Sala

IL SUONO DI UNA CADUTA

Titolo OriginaleIn die Sonne schauen
NazioneGermania
Anno Produzione2025
Durata159'
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

La storia di quattro generazioni di donne di una fattoria nell’Altmark: Alma è una bambina silenziosa che cresce negli anni della grande guerra, testimone inconsapevole di un segreto legato all’amputazione di una gamba di un parente; durante il secondo dopoguerra, la sua discendente Erika è attratta da quella stessa persona; sua nipote Angelika negli anni ’80 scopre la propria sessualità adolescenziale, ma è insidiata dallo zio orco: ai giorni nostri, la fattoria, diventata una casa vacanze, è testimone dell’amicizia della malinconica Lenka con una ragazza che ha perso la madre.

RECENSIONI

Difficile immaginare qualcosa che sia più in sintonia con lo Zeitgeist contemporaneo di una saga familiare tutta al femminile. Eppure, The Sound of Falling non è una mera resa alle mode del momento: è un film che chiede di essere preso sul serio perché prende sul serio il proprio soggetto (cosa oggi tutt’altro che scontata). È vero che, nel raccontare alcuni sprazzi scelti di un secolo e passa (a partire dai primi anni del Novecento, vorticosamente avanti e indietro nel tempo), e varie generazioni, di una famiglia tedesca sulle rive dell’Elba qua e là si lascia andare a qualche arzigogolo di scrittura di troppo, ma la cosa è ampiamente compensata da un dinamismo registico piuttosto sorprendente. È un film che scorre, e scorre bene. Ma non scorre come scorre un fiume. Scorre con il movimento del cinema, che è un contromovimento, un movimento che va in direzione contraria rispetto all’organico.
È del resto su questo contromovimento che si impernia il femminismo del film, modellato diligentemente su decenni, se non secoli, di letteratura femminista: narrazione irregolare che trascura o posticipa clamorosamente nessi causali vitali, che si concentra su dettagli estemporaneamente episodici impigliati nella memoria soggettiva più che sulla concatenazione oggettiva degli eventi (così come la prima persona balza in primo piano in voce over, una strana prima persona né singolare né plurale), che attribuisce gigantesca importanza alla sensorialità più che alla razionalità in senso stretto etc. Ma è la sensorialità della bambina che si dice sicura di conoscere il gusto della maniglia della porta anche se non se l’è mai messa in bocca: una sensorialità, paradossalmente, pre-empirica. Come quella di quello zio senza una gamba a cui, misteriosamente, la gamba mancante fa ancora male. Perché l’assunto che il film sviluppa inventivamente, pur lambendo l’estenuazione, è l’identificazione del femminile (ciò che accomuna le protagoniste sparse lungo i decenni) con ciò che, preliminarmente, la psicanalisi chiamava “pulsione di morte”, ma che è poi andato precisandosi come un ritorno, contro l’organico, a ciò che precede l’organico. E ciò che precede l’organico, ciò in cui si sedimenta qualcosa come una memoria impersonale, è la capacità sintetica della nostra immaginazione, prima ancora che i sensi le diano qualcosa da sintetizzare, e anzi localizzabile non nel punto sovrano da cui si guarda, ma dentro il punto cieco che, escluso dalla visione, la rende possibile. Punto cieco che la cinepresa rincorre, mobilissima, in ogni anfratto del set.
È insomma il film che probabilmente sogna Holly Hunter legata al pianoforte dentro al mare alla fine di Lezioni di piano: il femminile come attaccamento all’obiezione al vivere, al movimento organico. E in effetti che siamo in territorio sfacciatamente psicanalitico ce lo dice già l’incipit, con quella ragazza che usa le stampelle fingendo di non avere una gamba sulla scia della fascinazione per quel parente senza una gamba, fallo erotizzato solo in quanto assente, castrato. Ma The Sound of Falling, fortunatamente, non vive di astrazioni: sa mettere in scena il desiderio (anche tra corpi di età molto diverse), sa creare bozzetti memorabili in pochi minuti (la festa di compleanno a sorpresa per la casalinga della DDR), dà un’impressionante versatilità stilistica alla cinepresa.
È il tipico film che, per quanto duri ben più di due ore, si ha la sensazione che possa durarne indifferentemente mezza o sette, o anche di meno o di più, perché ha talmente tanta dimestichezza con il motore del cinema, che è l’assenza di tempo, che con essa potrebbe innervare qualsiasi porzione di tempo si voglia.

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