
TRAMA
Brasile, 1971: un paese nella morsa sempre più stretta di una dittatura militare. Quando la vita della sua famiglia viene distrutta da un arbitrario atto di violenza, una madre è costretta a reinventarsi.
RECENSIONI
Quello di Walter Salles è un ritorno. Un ritorno all'indagine e al confronto con la storia recente del suo Paese, il Brasile, scrutando stavolta gli anni oscuri della dittatura militare (1964-1985). Io sono ancora qui, presentato a Venezia 81 e uscito nel contesto del rinnovato interesse per la memoria storica dell'America Latina, è tratto dal volume Ainda estou aqui di Marcelo Rubens Paiva, figlio di Rubens Paiva, deputato sequestrato e fatto sparire dal regime nel 1971. Ma Salles non costruisce un biopic tradizionale: il film è piuttosto un viaggio emotivo e politico attraverso il trauma, la perdita e l'elaborazione del lutto, centrato sulla figura della madre Eunice, interpretata con intensità da Fernanda Torres. L'attrice, premiata con il Golden Globe 2025 e ad un passo dall'Oscar (andato poi alla Mikey Madison di Anora), dà qui vita a una donna segnata dalla Storia e dalla violenza del potere, ma non vinta. Nei suoi occhi non c'è retorica, non c'è vittimismo; ci sono semmai fragilità e tenacia, silenzio e dolore. E c'è tutta la lacerazione di una figura carica di dignità che si fa simbolo di una resistenza inflessibile, simbolo vivente della continuità tra dolore privato e tragedia condivisa. Io sono ancora qui è caricato quasi per intero sulle sue spalle: Torres lavora per sottrazione, facendo del minimo espressivo un potente strumento di comunicazione. Il dolore per la scomparsa del marito, l'incertezza sul destino, l'educazione dei figli nell'assenza diventano ferite tangibili nello sguardo, nella postura, nel modo in cui abita il tempo e lo spazio della narrazione.
La sceneggiatura procede per ellissi e frammenti, alternando piani temporali e inserendo materiali d'archivio, tracce e frammenti documentari che restituiscono la brutalità della repressione. Questa struttura permette al film di mantenere un equilibrio sottile tra la dimensione privata e quella pubblica, tra la biografia intima e la storia nazionale. Salles accompagna i personaggi con pudore, quasi contemplandoli, lasciando che siano le pause, i gesti e i dettagli a costruire senso. L'apparente semplicità nasconde una tensione profonda, etica prima ancora che estetica, che attraversa e trafigge ogni sequenza. Io sono ancora qui corre sul filo della sensibilità, configurandosi di fatto come un'operazione di resistenza culturale: la testimonianza – individuale e collettiva – è centrale, è uno strumento di verità e un presidio contro l'oblio sistemico. Anche il titolo, semplice e diretto, assume una valenza programmatica: “Io sono ancora qui” è un'affermazione di presenza, di continuità, di ostinazione. Il desiderio di Salles è dichiarato, limpido: evitare ogni deriva didascalica e proporre una riflessione stratificata e consapevole sull'impatto della dittatura nel vissuto di ognuno di noi. Io sono ancora qui è un film che cresce con il tempo, che chiede attenzione e rispetto, forse inadatto alla multi-visione bulimica da festival; una pellicola necessaria, che parla al presente senza forzature, trovando nell'intimità del quotidiano la chiave per raccontare l'orrore politico. Perché la memoria non è solo ciò che resta, non è un residuo lontano: è ciò che ci definisce, ciò che ci lega alla verità, ciò che – ancora – ci tiene vivi.
