Drammatico, Recensione

IL GIOIELLINO

TRAMA

Una grande azienda agroalimentare ramificata nei cinque continenti, quotata in Borsa, in continua espansione verso nuovi mercati e nuovi settori: quello che si dice un gioiellino.

RECENSIONI

Il gioiellino casca proprio in quella che sembrava essere la sua scelta di campo più interessante: rappresentare il crac della Parmalat non attraverso i meccanismi tipici dell'inchiesta, ma attraverso il ritratto dei protagonisti, delle persone che ne furono artefici, dei loro rapporti umani e professionali. La denuncia, dunque, non solo non si impone - non si fa mai cenno, ad esempio, ai poveri risparmiatori defraudati -, ma risulta tutta implicita nella constatazione delle malefatte finanziarie, delle falsificazioni dei bilanci, dei dati di vendita gonfiati, in questa escalation d'indebitamento cavalcata con un cinismo pari soltanto all'illusione di farla franca: ad ogni nuovo buco, con la disinvoltura di chi si sente impunibile, i protagonisti - operatori di una realtà imprenditoriale divenuta enorme, ma cocciutamente rinchiusa nella sua ottica familista -, procedono ad operazioni illecite ancora più avventate, sempre più rischiose.
Tutto risponde a verità: se si eccettuano i nomi e qualche inevitabile doratura romanzesca, la sostanza del racconto risulta tragicamente aderente ai fatti, compresi i soldi inesistenti nella banca delle Cayman. Ma, ribadisco, la cronaca degli avvenimenti non interessa Molaioli se non come cornice nella quale inscrivere i suoi caratteri e rappresentarli: lo scandalo finanziario è il teatro della vicenda, mentre l'attenzione è sui personaggi, sulla loro coscienza mutante, sulla progressiva perdita del loro senso di concretezza e il passaggio a un delirio dettato da un'insensata astrazione dalla realtà produttiva, quella distanza letale tra virtuale ed effettivo che si è affermata come il nocciolo della crisi mondiale di questi anni: in questo senso il latte - bene di consumo elementare, primario e puro - diventa fortemente simbolico, rappresentando uno di quei valori che l'industriale Rastelli, cattolico osservante e autoindulgente, rivendica compulsivamente come fondante del suo agire aziendale, sorta di visibile metafora di un'etica che, come il prodotto, si rivelerà pretestuosa e aleatoria, che evaporerà non appena gli avvenimenti prenderanno pieghe impreviste o pericolose. Posto questo obiettivo di realistica commedia umana, in ambientazione provinciale come il precedente, in cui la realtà viene interrogata attraverso l'analisi delle persone che la abitano, il film ci gira attorno senza mai centrarlo, denunciando gli stessi difetti che avevamo riscontrato nel sopravvalutato La ragazza del lago. Il punto debole è nella scrittura che non solo non risulta all'altezza dell'ambizioso impegno, ma si rivela pesantemente al di sotto di uno standard accettabile: poco incisiva quando non anonima, piegata ad una caratterizzazione in eccesso e squilibrata, costretta ad un'esposizione brutalmente significativa delle vicende. Ne fanno le spese non solo i personaggi - che da premesse dovrebbero essere i pilastri dell'opera e che si riducono a figure abbozzate, legate con la nocca a qualche tic, nella pia illusione che questo basti per tratteggiarle, e la cui dialogistica, brutta e involuta, procede per vieti aforismi -, ma lo stesso disegno del film che si risolve in una stanca esposizione di siparietti anodini, ambientati quasi sempre in interni, spalmati secondo una mappatura cronologica scandita da didascalie (ma da un anno all'altro nulla pare mutare'), in cui simboli semplici semplici (la visita al Presidente del Consiglio: nella sala dell'attesa arcoriana i libri sono finti, la Bibbia è un pezzo di legno unico; Rastelli che affonda nella neve e avanza fieramente rifiutando aiuto) guizzano improvvisi e incongruamente poeticistici in una messa in scena onesta quanto priva di carattere. A Molaioli, insomma, non basta condurre con mestiere il suo lavoro, affidandosi alla direzione fotografica del sempre affidabile Bigazzi: Il gioiellino applicando la sua corretta confezione a una drammaturgia spossata e priva di una progressione percepibile, risulta in definitiva un film piatto dall'identità incerta.

Il crack della Parmalat non è solo fonte, alla lontana, d’ispirazione: l’opera di Andrea Molaioli è dichiaratamente una versione romanzata di quella vicenda, senza fare nomi e cambiando i personaggi. Lo stesso marchio della Leda richiama il logo Parmalat. Regista e attore (Toni Servillo) del pregevole La Ragazza Del Lago si danno, quindi, al thriller finanziario con j’accuse storico-politico ma il gioiellino (ovvero Leda, azienda ampliatasi a partire da un salumificio), questa volta, non lo è di fatto: da un lato, il ritmo è troppo sfilacciato, la tensione stile Il Socio, nel progredire delle malefatte, è troppo spesso interrotta da sipari sentimentali (il ragioniere apatico e riservato incontra una musa: Servillo e, ancora, Le Conseguenze Dell’amore) e dalle parentesi descrittive su questa figura tragica, per altro molto bella, di Ernesto Botta, servo del potere e schiavo del proprio lavoro fino al parossismo (quando un consulente gli consiglia d’intestare una piccola azienda a un prestanome di fiducia, non sa che nome fare). Dall’altro lato, mette in campo solo personaggi negativi e non è ben chiaro, dunque, per quale motivo li creda poi “degni” di tanta attenzione nel privato, perché viene a mancare un “senso” finale a questa descrizione nel dettaglio, un’allegoria che la giustifichi o sia foriera di riflessioni. L’apologo, poi, non si chiude: siamo solo spettatori di azioni criminali agite da personaggi cui (forse) Molaioli tenta di dare, con poco successo, spessore ambiguo. Oppure (forse) l’intenzione del regista era solo quella di giustificare la didascalia finale, che denuncia il divario fra sovra-quotazioni finanziare del mercato rispetto all’economia reale. Comunque sia, grande eleganza di messinscena (magnifica la fotografia di Luca Bigazzi), suadente tappeto sonoro d’archi, ottima atmosfera.

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