Commedia, Drammatico

IRINA PALM

Titolo OriginaleIrina Palm
NazioneBelgio/Francia/Germania/Gran Bretagna/Lussemburgo
Anno Produzione2007
Durata103'
Montaggio
Musiche

TRAMA

Maggie ha bisogno di trovare dei soldi per curare il nipotino malato. Nonostante non sia più giovane, accetta di lavorare in un night club londinese come masturbatrice misteriosa. Il suo stage name? Irina Palm.

RECENSIONI

Separare, separare sempre: Marianne non è Maggie, Maggie non è Irina. Marianne interpreta Maggie, Maggie interpreta Irina. Parola d’ordine: sbarazzarsi violentemente della precedente identità. Il secondo film di Sam Garbarski si nutre di queste feroci diffrazioni, squadernando l’indicibile soddisfazione che si può ricavare smettendo i panni abituali per indossarne altri, completamente diversi dai soliti. Incompatibili. Maggie, l’ordinaria Maggie (Marianne Faithfull in un’interpretazione sontuosamente dimessa) entra nella cabina e grazie ad un talento inconsapevole, involontario e incontrollabile nella “masturbazione tramite foro” si spinge in territori temibili e inesplorati, ma paradossalmente meno crudeli e ipocriti di quelli che è solita frequentare alla luce del sole. Un’apparente discesa agli inferi in una realtà radicalmente distante dalla rispettabile (dis)umanità diurna, tuttavia meno sorda alla richiesta di aiuto di una donna/nonna disperata. Disegno semplice ma efficace, come è d’uopo dire in casi simili, anche se non privo di durezze. Proiettato al Torino Film Festival dopo il passaggio berlinese, Irina Palm è una pellicola che, nonostante le dichiarate ascendenze neorealistico-felliniane (Garbarski ha citato la Gelsomina de La strada come figura ispiratrice), può vantare un’impeccabile concentrazione stilistica e un tratto visivo di sorvegliata asciuttezza. Una padronanza linguistica in grado di coniugare quadri di straziante drammaticità (la comunicazione del peggioramento della malattia del nipotino, il licenziamento della collega di Irina) a risvolti sentimentali di inopinata tenerezza (la riconoscenza “anticonformista” della nuora, la burbera dolcezza del rapporto tra la sciatta Maggie e il torvo Miki), passando attraverso sezioni di salace ironia (la dimostrazione in vivo della pratica masturbatoria, la rivelazione del misterioso lavoro alle rispettabili amiche). Una scrittura perfettamente modulata, valorizzata da una regia calibrata al millimetro, irrobustita da interpretazioni ineccepibili (non solo Faithfull: Miki Manojlovic incendia zolfo e compassione nello stesso braciere) e esaltata da una fotografia di dolentissima lividezza (Cristophe Beaucarne). Ciononostante è proprio questa smaltata irreprensibilità a spingere Irina Palm verso l’eccessiva compostezza, verso un’esattezza di impaginazione (di sapore vagamente manualistico) e un’abilità narrativa (in odore di astuzia) che gettano sull’intero film la luce del compitino ben fatto e finanche un tantino ruffiano (come non rimarcare che Maggie è vedova?). Nella non entusiasmante kermesse torinese, tuttavia, è impossibile non segnalarlo tra i titoli più significativi.

L’opera nº due, dopo Le Tango des Rashevski (sulla diaspora giudaica), il bavarese d’adozione belga Garbarski la gira in Inghilterra, indeciso fra un cinema drammaticamente realistico-proletario alla Mike Leigh (e provocatorio alla Fassbinder) e la boutade da Full Monty (per quanto abbia dichiarato di essersi ispirato anche alla Masina de La Strada). Gli arpeggi ripetitivi e (troppo) ossessivi di chitarra elettrica di Ghinzu sono in cerca di ipnotismi alla Crash, ma il tutto si risolve nel classico film europeo incentrato su personaggi che Hollywood dimentica per bigottismo, facendo ugualmente leva sulle emozioni più facili nella descrizione di un bambino malato, di genitori odiosi e di una nonnina dolce e generosa, pacifica e ottimista. La vera curiosità del film è Marianne Faithfull, ex-ribelle della scena pop ingaggiata per interpretare un’ingenua e borghese vedova casalinga, ingrassata, quasi mummificata: la sua recitazione non è certo irresistibile, ha un’espressione unica e un “tic” ripetuto (abbassa sempre gli occhi quando le parlano). Eppure, alla fine, è una presenza che lascia il segno.