TRAMA
Alle tre del mattino del 6 settembre 2020, una coppia assiste sotto casa alla morte del ventunenne Willy Monteiro Duarte, vittima di un violento pestaggio. Un agente in borghese, Ludovico, rintraccia un gruppo di giovani in un bar e chiede loro di andare in caserma per essere interrogati. Il film ricostruisce le ventiquattr’ore precedenti all’accaduto delle persone coinvolte.
RECENSIONI
L’omicidio di Willy Monteiro Duarte, ucciso a Colleferro nella notte tra il 5 e il 6 settembre 2020, è un fatto già scritto nella memoria collettiva: non c'è suspense possibile sull'esito. La tensione nasce piuttosto dall'osservazione di traiettorie apparentemente autonome che si avvicinano progressivamente allo stesso punto, fino a trasformare una giornata qualsiasi nel conto alla rovescia verso una tragedia. Liberamente tratto dal libro di Federica Angeli, il film ricostruisce le ventiquattr'ore precedenti attraverso una struttura a capitoli e personaggi. Maurizio, Michelle, i gemelli Lorenzo e Federico, infine Willy: vite diverse che il regista Vincenzo Alfieri dispone dentro una provincia attraversata da rapporti di forza, frustrazioni, desideri di fuga e modelli di mascolinità fondati su possesso e sopraffazione. La violenza non irrompe improvvisamente: sembra circolare da tempo, passando da un corpo all'altro, dalle famiglie alle relazioni sentimentali, dall'umiliazione alla necessità di dimostrare qualcosa. I quaranta secondi del titolo diventano così soltanto l'ultimo anello di una catena molto più lunga. È qui che 40 secondi trova insieme la propria forza e il proprio limite. Alfieri vuole capire tutto, mostrare tutto, concedere quasi a ciascuno una storia, una fragilità, una possibile origine del rancore. Persino dietro la brutalità cerca paura e debolezza, evitando la rassicurante separazione tra mostri e persone comuni.
È un'ambizione legittima, ma non sempre governata con precisione. Alcune traiettorie incidono più di altre, alcuni dettagli sembrano chiedere un significato che il film sottolinea eccessivamente, mentre fotografia, primi piani, musica e recitazione vengono talvolta spinti verso un'intensità che finisce per sottrarre forza proprio a ciò che vorrebbe enfatizzare. E poi c'è Willy. È significativo che proprio lui sia l'ultimo personaggio al quale il racconto concede davvero spazio. Mentre gli altri sembrano prigionieri di qualcosa - un ambiente, una relazione, un'immagine di sé -, lui appare paradossalmente come l'unico rivolto verso ciò che verrà. Ha una famiglia, degli amici, un lavoro che ama, e proprio nel giorno del pestaggio riceve una gratificazione professionale. Ogni suo sorriso contiene allora qualcosa di insostenibile, perché lo spettatore conosce un futuro che lui non può conoscere. Alfieri smette qui di costruire il presagio: gli basta mostrare una vita. Forse è proprio quando rinuncia a insistere che 40 secondi raggiunge i suoi momenti migliori. Non nella ricerca di una spiegazione definitiva del male, ma nella sproporzione terribile tra tutto ciò che può costruire un'esistenza e il tempo necessario per cancellarla. Quaranta secondi sono pochissimi. E il film funziona soprattutto quando lascia che sia questa evidenza, da sola, a fare rumore.

