Recensione, Spionaggio

3 DAYS TO KILL

TRAMA

A Ethan Renner, micidiale killer della Cia, è diagnosticato un cancro: ha tre mesi di vita. Raggiunge a Parigi l’ex moglie e la figlia, che non vede da cinque anni. In cambio di una cura sperimentale, deve uccidere, per conto dell’agenzia, il famigerato The Wolf.

RECENSIONI

Luc Besson ha conquistato una fetta della torta di Hollywood: le sue pellicole d’azione, girate in inglese e ambientate a Parigi, richiamano attori di mezz’età dal glorioso passato (qui Kevin Costner, in Taken Liam Neeson) e, evidentemente, anche registi di grido come McG. I suoi soggetti, però, si somigliano tutti: figure di “violenza istituzionale” che fanno i conti con le emozioni e la prole perduta. Se la maniera è quindi bessoniana, in questo caso è la messinscena di McG il tallone d’Achille, nel momento in cui non persuade il connubio fra tragedia (dell’abbandono, del recupero del passato perduto, della morte imminente), commedia e azione thriller. Cozzano sempre l’una con l’altra: la boa d’avvistamento di scelte inopportune è il personaggio di Amber Heard, talmente sopra le righe da annullare, senza appello, la sospensione dell’incredulità. McG la fa recitare (i dialoghi non aiutano) e vestire come un tamarro caricaturale e, a tratti, pare di essere finiti in un film di James Bond. Non restano che l’azione, copiosa ma di routine (e manca il pathos della battaglia per la vita di Taken) e il dramma di un padre che si pente di aver abbandonato la figlia, inerte anche perché troppo spesso inquinato dalla commedia, dal personaggio che sdrammatizza in prima persona o interagisce con figure comiche. Quando Costner salva la figlia dal party, torna a essere la Guardia del Corpo.

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